Ebola, plasma per il paziente italiano

Si aggravano le condizioni dell’uomo

pubblicato il 30/11/2014 in Attualità da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Sempre serie le condizioni del malato italiano di ebola

Continua all’ospedale “Lazzaro  Spallanzani” di Roma la degenza del medico italiano ricoverato dal 24 novembre perché risultato positivo all’ebola. Ma non senza patemi: il trattamento farmacologico a cui continua ad essere sottoposto procede, sì, secondo programma, ma dopo un primo, ottimistico bollettino giunto a settantadue ore dal suo ingresso nel nosocomio capitolino, bollettino che, fatto salvo un “rialzo febbrile”  nella notte tra il 25 e il 26 novembre, parlava di un “progressivo miglioramento”, pare che, tra il 28 e il 29 le condizioni generali del paziente abbiano subito un peggioramento: e questo, a causa soprattutto di problemi collaterali di natura gastrointestinale. Il 27, intanto,  l’ospedale ha reso noto che, da circa ventiquattr’ore prima,  all’antivirale dalla composizione segreta che viene somministrato al malato sin dal primo giorno si è aggiunto il plasma sanguigno di alcuni pazienti  spagnoli che hanno avuto l’ebola e sono guariti dal virus. Già da agosto, in effetti, quando la minaccia di uno sbarco dell’ebola in Europa era ancora di là da venire, ci si era spinti a ritenere che una soluzione terapeutica efficace contro il terribile morbo potesse essere contenuta nel sangue e nel siero delle persone che erano sopravvissute ad esso; ma, in attesa di una messa a punto di un vero e proprio vaccino a livello europeo e mondiale, ci si deve arrangiare con gli “scambi di emoteca” tra ospedali di Paesi diversi, o, come preferiscono dire allo Spallanzani, “con le catene di supporto e solidarietà”. Al “paziente zero” americano (la cui sorte non è stata molto fortunata, in verità) l’Europa sembra dunque rispondere col “vaccino zero”: ma anche in questo caso, come già era stato fatto per antivirale, i sanitari preferiscono non scendere nei dettagli della “formula”. L’unica certezza che filtra è che non si tratta di quello dell’infermiera guarita il 20 ottobre scorso a Madrid. 

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