26 ottobre 1954: Trieste ritorna italiana

Sessant'anni fa la città di nuovo incorporata al suolo italiano

pubblicato il 25/10/2014 in Attualità da Daniele Del Casino
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Daniele Del Casino

26 ottobre 1954, ore 05,30 circa. Una leggera pioggia accompagna il rombo sordo di una colonna di camion militari: sono i fanti dell'82° reggimento “Torino”, seguiti dal suono della fanfara e la corsa dei Bersaglieri, che insieme ai Carabinieri formano il “Raggruppamento T”, la forza militare italiana che sta entrando nella città di Trieste, dopo ben undici anni di occupazione straniera. Manifestazioni di gioia, bandiere tricolori di ogni genere spuntano in tante finestre e balconi, dopo che per anni un divieto speciale impediva la loro mostra, mentre i camion e la truppa faticosamente avanza per il centro cittadino, abbracciata da ogni triestino, spesso con le lacrime agli occhi mentre gli aerei F-84 dell'Aerobrigata di Treviso solcano il cielo a bassa quota. Un immenso fiume umano, lungo ben 25 chilometri, si snoda dalla frontiera di Duino  a Trieste, con l'incrociatore “Duca degli Abruzzi” e i caccia di scorta “Grecale”, “Artigliere” e “Granatiere” che attraccano nel porto triestino seguiti da numerose barche e di fatto rioccupando totalmente la cosidetta “zona A”, fino ad allora sotto amministrazione anglo-americana. Un giorno di festa per un ritorno che verrà nuovamente celebrato il 4 novembre, festa delle Forze Armate, con l'arrivo del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi e una parata militare nelle vie cittadine. Aria di festa ma anche tante lacrime, e non di gioia per “rioccupazione” di Trieste,  il risultato di un trattato noto come “Memorandum di Londra”, sottoscritto il 5 ottobre 1954 che stabiliva il ritorno “provvisorio” della cosidetta “zona A” all'amministrazione italiana, ben diverso dalla “sovranità” nazionale, per la quale ancora si anelava, pur senza molte speranze, per tutta la penisola istriana, compresa anche la “zona B”, sotto dominio iugoslavo. Il trattato stabiliva modifiche di confine, a favore proprio della zona iugoslava, per il “passaggio” italiano, dove comuni istriani (Muggia e San Dorligo della Valle) passavano da una zona all'altra, con 3.500 abitanti che così si trovarono sotto egemonia titina, con la scelta dolorosa, già condivisa in passato da molti istriani, di dover migrare forzatamente o rimanere e subire le conseguenze. Una decisione non facile, come quelle che hanno portato l'Italia ad accettare il trattato, scaturito in buona parte dopo gli incidenti del biennio precedente, scontri che si protraevano dal 1945 e che videro ad esempio nel 1947 l'assassinio del generale Robin De Winton, comandante della guarnigione inglese di stanza a Pola, per mano di Maria Pasquinelli dopo che la città veniva “passata” alla Yugoslavia e che registrano il culmine nel 1952 con l'esplosione di una bomba, che uccise alcuni manifestanti, ad un corteo italiano ma sopratutto nel novembre del 1953, durante la cosidetta “rivolta di Trieste”, quando durante l'ennesimo dissenso contro la preponderante (e spesso definita “coloniale”) presenza inglese la Polizia Civile, corpo di pubblica sicurezza formato da agenti italiani con al comando ufficiali britannici, aprì il fuoco ad altezza d'uomo contro i manifestanti italiani, facendo sei vittime: Francesco Paglia, Leonardo Manzi, Saverio Montano, Erminio Bassa, Antonio Zavadil e Piero Addobbati che nel 2004 saranno decorati con la Medaglia d'Oro al Valor Civile. Dopo questo scontro fratricida l'allora presidente del consiglio Giuseppe Pella provò, inutilmente, ad avere le scuse inglesi per la scellerata azione ma gli “amministratori” dissero che erano stati costretti ai fatti dagli “agitatori” italiani, non senza però minimizzare la questione, che quasi un anno dopo portò al “Memorandum di Londra”. Un territorio, quello dell'Istria e in special modo quello di Trieste, ribattezzato dagli alleati, con non poca ironia “Territorio dello stato libero di Trieste (TLT), che dopo undici anni di dominazione straniera in cui si sono susseguiti vergognosi episodi come le foibe, l'esodo forzato per migliaia di istriani, spesso trattati come “vigliacchi e traditori” in molte località “rosse” italiane dove passavano o venivano spediti dagli aderenti comunisti locali, i rastrellamenti prima tedeschi poi slavi con esecuzioni sommarie e invii ai campi di lavoro, il coprifuoco con “stato di guerra”per la città triestina e la pulizia etnica per quella martoriata terra che è sempre stata l'Istria e in particolar modo Trieste, “salvata” dagli alleati nel 1945 a detta di molti perché il suo porto gli garantiva lo sbocco sul Mare Adriatico, un mare che nel dopoguerra, in piena guerra fredda vedrà più volte italiani e yugoslavi affrontarsi con “scaramucce” tra motosiluranti, a base di siluri “riempiti di acqua” oppure, sulla terraferma, l'ammassamento di truppe italiane “in pieno assetto di combattimento” tra l'agosto e il settembre 1953 al confine con la Yugoslavia. Una pagina di storia che, a distanza di sessant'anni, ancora per molti versi cerca giustizia ma che non va dimenticata anche come riconquista di una terra alla sua identità nazionale. 

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