L'attualità e la perfetta drammatizzazione di Storia di una Capinera rivivono al teatro Quirino di Roma.
È stata rappresentata ieri sera la prima del riadattamento teatrale del romanzo epistolare di Giovanni Verga.
Storia di una Capinera è un'aperta denuncia, una ferita sociale che non si rimargina.
Parla di una donna costretta a prendere i voti giovanissima per volere del padre, rimasto vedovo quando lei è una bambina, ligio al dovere e alle convenzioni dell'epoca, manda la figlia in convento pensando che lì sia più adatta a condurre la propria esistenza.
Una vocazione inesistente, per la ragazza, che inizialmente si adegua e accetta il volere del padre, ma l'esplosione dell'epidemia di colera costringe la novizia a tornare a casa dove incontra il suo genitore che nel frattempo si è risposato e ha generato altri due figli.
La temporanea libertà riaccende i sensi e la voglia di vivere di Maria, nome della protagonista sfortunata, soprattutto perché per combattere la diffusione del contagio, la famiglia si trasferisce nella tenuta di campagna dove Maria ha la possibilità di frequentare la famiglia che vive dirimpetto la sua abitazione e conoscere meglio un ragazzo, Nino, un primo confronto vero e proprio con il resto del mondo per lei del tutto sconosciuto.
Maria si innamorerà di Nino, inizialmnte contracambiata, e quando l'emergenza dovuta all'epidemia si risolve e lei è costretta a ritornare in convento, implora il padre di farla rimanere insieme a loro, la vocazione è sparita e la voglia di vivere chiede prepotentemente di venire fuori.
Il padre è combattuto ma alla fine, anche grazie alle accuse di scandalo che la nuova moglie gli porge, decide di non rispettare il volere della figlia e la rispedisce al convento, e aggravando la già delicata situazione concede in sposa la sua seconda figlia a Nino, oggetto della passione di Maria.
La povera novizia accetterà il volere del padre sacrificando la sua felicità e lasciandosi morire, come un uccello in gabbia, come una capinera.
La regia di Guglielmo Ferro riesce a rappresentare la condizione della donna nella Sicilia dell'800, periodo in cui l'autore Verga ambienta il suo romanzo.
È un invito alla riflessione, a quanto l'obbligo genitoriale fosse una consuetudine nei confronti delle povere ragazze che non potevano scegliere come vivere.
Il padre Giuseppe Vizzini (interpretato magistralmente dal concittadino verghiano Enrico Guarnieri) è un uomo apparentemente semplice, non cattivo, ma incapace di prendere una decisione che sia sua.
Si affida principalmente alle abitudini sociali, si auto convince che relegare una bimba di 7 anni in convento sia la cosa più giusta da fare, una figlia femmina può essere un problema, senza madre.
Enrico Guarnieri "dirige" la rappresentazione con soliloqui e riflessioni del suo personaggio, monologhi taglienti come lame invisibili che scavano solchi interiori e rendono, comunque, il testo di un'attualità sorprendente.
La donna è e rimane un qualcuno da poter comandare, non può avere una sua volontà e se ce l'ha è sicuramente sbagliata.
La scena si svolge principalmente all'interno del convento dove Maria è rinchiusa, le scene sono ad opera di Salvo Manciagli.
Tra le riflessioni parlate di Giuseppe e di sua figlia Maria, un motivo musicale straziante collabora a rendere la scena triste e consapevole.
Storia di una Capinera è in scena al Teatro Quirino di Roma fino a domenica 3 marzo.

