A Maggio, il Biorobotics Institute della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa ha finalmente raccolto i frutti di 10 anni di ricerca sulla biorobotica. Di preciso, il progetto Myki (Miokinetic Interface) ha provato su un partecipante un metodo ingegnoso per poter permettere alle protesi degli arti superiori di funzionare come delle vere mani, capaci di movimenti fini, resistenza e prensilità.
Abbiamo intervistato il ricercatore dottor Mattia Gentile, assegnista di ricerca al progetto Myki laureato in Ingegneria Biomedica a Pisa.
“Dott. Gentile, per prima cosa: come si diventa un assegnista di ricerca?”
“Gli assegni di ricerca sono dei contratti della durata di un anno a cui si accede rispondendo ad un bando del laboratorio. Io sono stato assunto a Gennaio, dopo essermi laureato in Ingegneria Biomedica con una tesi sul fenomeno dell'illusione propriocettiva [=senso di posizione e di movimento degli arti e del corpo, che si ha indipendentemente dalla vista] indotta da vibrazioni non-invasive sulla mano sana. Sono stato contento di poter continuare il lavoro di ricerca nel campo della biorobotica con il team Myki, che è a lavoro da più o meno 10 anni ad un progetto tra l'altro in linea con la mia tesi.”
"Qual è il suo ruolo nel progetto?"
“Eravamo in tanti, ognuno con un ruolo specifico. Io mi sono focalizzato sul protocollo sperimentale legato alla somministrazione di feedback al paziente. Ora mi sto occupando della stesura del paper scientifico, che dovrebbe uscire prossimamente.”
“Si è parlato di una idea innovativa, che potrebbe cambiare la vita a tante persone con arto amputato. Cosa ha di speciale la vostra mano robotica?”
"L'idea innovativa è che ci sono dei magneti impiantati nei muscoli del braccio amputato (che continuano a funzionare e muoversi, anche se manca la mano). Le protesi moderne hanno elettrodi a bassa risoluzione: il paziente, per azionare la mano robotica, deve contrarre tutti i muscoli dell'avambraccio. I nostri magneti, invece, si muovono finemente con il muscolo nel quale sono impiantati. Questo movimento si registra dall'esterno e viene tradotto in segnali di comando alla mano robotica, che può azionare il singolo dito corrispondente a quel muscolo, ad esempio un flessore del pollice. Ciò consente, in linea teorica, movimenti molto più destri e controllati.
La mano robotica non è una novità. Abbiamo usato la mano Mia di Prensilia, già sviluppata dal Sant'Anna tempo fa. La mano è solo lo strumento, qualunque mano robotica sarebbe servita allo scopo. Noi abbiamo sviluppato l'interfaccia di controllo. Magneti impiantati, hardware e software per leggere i movimenti dei magneti e generare segnali elettrici utili a pilotare la mano."
“In maniera semplice ci spiega il lavoro del team?”
“Quali magneti usare, come incapsularli, in quali muscoli, le schede di localizzazione del movimento dei magneti, i sensori, il software. Tutte queste informazioni sono racchiuse in un dispositivo composto dai magneti impiantati e l’apparato per il loro tracciamento, a cui viene attaccata la mano. Il vero oggetto futuristico è ciò che il paziente ha sul braccio, l'invaso della protesi in fibra di carbonio. E' su quel computerino che si sono concentrati 10 anni di ricerca. La mano è solo una protesi robotica, un oggetto a cui vanno inviati dei segnali.”
"Negli ultimi 2 mesi, avete testato i magneti su un partecipante, e so che c'è stata una selezione. Quali caratteristiche deve avere un perfetto candidato?"
Sì, alla fine abbiamo selezionato un ragazzo di nome Daniel. E' un appassionato di reperti bellici delle due guerre mondiali, ma un giorno ha raccolto una mina inesplosa, che gli è costata una mano. Non è successo troppo tempo fa, quindi i suoi muscoli sono ancora sani -di solito il non usare i muscoli li rende fibrosi, e ciò è un problema per l'impianto dei magneti. La sua amputazione è distale, vicino al polso, quindi il tessuto muscolare è ben conservato, e ciò ci ha dato più scelta su quanti magneti usare e in quali muscoli impiantarli. Questo a priori. A posteriori, Daniel ha sopportato giornate di sperimentazione lunghissime, dalle 8 del mattino alle 20 la sera, test dolorosi, un intervento per l'impianto dei magneti. Tutto volontariamente. E' stato il partecipante perfetto, durante l'esperimento ci ha dato molte informazioni scientificamente utili, ed era sinceramente coinvolto nella ricerca. Ha voluto mettersi a disposizione per aiutare gli altri nella sua stessa condizione.
Abbiamo fatto amicizia, alla fine ha la mia età. Ci sentiamo ancora.
"Ci può raccontare qualche retroscena del team Myki? "Qualche momento emozionante o divertente?"
"Prima dell'esperimento decisivo con Daniel, il team era molto teso. A volte sembrava che non dovesse funzionare nulla, e si passavano le notti a ricontrollare tutto al millimetro.
Daniel però ha aiutato tantissimo ad allentare lo stress. E' un ragazzo molto autoironico che si prende poco sul serio, si diverte parecchio a scherzare sulla sua amputazione.
Quando andammo a prenderlo la prima volta dalla stazione, il mio collega gli scrisse "Ci riconoscerai perché siamo in due, portiamo una maglia blu e una sciarpa rossa". E Daniel rispose "Voi riconoscerete me di sicuro, sono il tipo senza mano!"
"E ora? Che succede?"
“Questo ciclo è finito. Daniel non ha più i magneti nel braccio, glieli abbiamo espiantati dopo 60 giorni, come da protocollo ministeriale. I fondi sono finiti, e si spera che presto ne arrivino altri, così che il dott. Cipriani, docente di biorobotica, possa fondare un nuovo team per Myki 2. La mano Mia ha ricevuto il marchio CE ed entrerà in commercio l'anno prossimo come presidio medico, ovviamente senza il nostro protocollo sperimentale. ”
"E lei? Ci sarà in Myki 2?"
"Purtroppo no. Il problema è che non c'è possibilità di carriera nella ricerca, quindi il turnover è molto alto. Una volta che l'assegno di ricerca o il dottorato finisce, è difficilissimo trovare uno sbocco lavorativo."
Ma questo è un problema italiano, non del Sant'Anna. Anzi, il Sant'Anna è un posto ottimo per fare ricerca. L'ambiente è stimolante e quasi non ti sembra di star lavorando."
“Come ultima cosa, vuole lasciarci con un commento suo, personale?”
"Vedere e provare in prima persona la passione, il duro lavoro, l'interesse che c'è dietro queste scoperte, mi fa dispiacere ancora di più della mia scelta, forzata, di abbandonare la ricerca.
La ricerca è essenziale per lo sviluppo e la crescita di un paese, ed è assurdo che l'Italia, che può tranquillamente primeggiare nel mondo sia per professionisti che per istituti, ne è così disinteressata. Per fare ricerca in Italia devi sapere che ci sono delle grosse rinunce a cui far fronte, e io non me la sento di vivere 10 anni di precariato."

