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Emergenza migranti: una ipocrisia europea

Chi parte quasi sempre non supera il confine italiano. Il dramma di chi è vittima due volte

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Una delle domande più frequenti che sento porre dai miei connazionali quando si parla di migrazione, è "ma perché proprio in Italia? Perché gente che parla francese e inglese non se ne va in Francia o in Inghilterra, invece di rischiare la vita per venire in un paese di cui non conoscono la lingua e che, se vogliamo dirla tutta, non è nemmeno al massimo del suo splendore?".

E' una domanda che immagino chiunque si sia posto, specie affrontando le difficoltà di vivere in un paese come il nostro. Il tenore delle risposte di chi sa poco è quello delle mezze verità, del sentito dire e del potrebbe essere. Qualcosa tipo "eh, là in Africa le notizie arrivano in ritardo. Pensano che l'Italia sia ancora in boom economico!".

Magari per qualcuno è davvero così. Forse davvero qualche migrante parte con nel cuore il "sogno italiano", così come noi italiani partivamo, con le valigie di cartone, verso quello americano. La verità però è relativa, e come potrebbe non esserlo? Soprattutto considerato il numero altissimo di persone che ogni giorno affollano i punti di raccolta sulle nostre spiagge. E molte di queste persone non vogliono rimanere in Italia, ma sono costrette a rimanerci. 

Senza scendere in tecnicismi, il problema è che per il regolamento di Dublinoil primo Stato membro in cui viene registrata una richiesta di asilo (e quindi vengono memorizzate le impronte digitali) è responsabile della richiesta d'asilo del rifugiato. La convenzione di Dublino è stata sancita per la prima volta nel 1990, e da allora, nonostante il cambiamento geopolitico e l'emergenza migranti, non è stata più modificata (se non di qualche punto e virgola).

E qual è il primo paese che il barcone (o l'ONG) trova, nel suo viaggio dal nord Africa verso l'Europa?  Ovviamente l'Italia.

E' complicato mettersi nei panni di un migrante, che si ritrova a galleggiare insieme a tanti altri su un gommone nel mare, al buio. Forse è complicato immaginare lo straniamento e il sospetto che può provare un africano di uno sperduto villaggio nigeriano davanti a un uomo bianco che, macchina di una catena di montaggio per niente oliata, lo trasforma in un pacco da smistare.

Non ha nemmeno il tempo di toccare terra, con i vestiti che ancora odorano di mare, che gli viene prontamente messa addosso una coperta termica. In men che non si dica si ritrova in fila, per cosa non lo sa. E così parte la catena di montaggio di controlli medici, domande, foto. Gli vengono fatte mettere le dita su una spugna di inchiostro e gli si fanno imprimere le impronte digitali. Ed è lì che si sugella il suo immobilismo. Quel nero sulle dita (che non importa quanto sapone potrà usare, ci vorranno giorni perché vada via) sancirà il patto che qualcun altro ha preso per lui. 

C'è poi chi sa cosa vuol dire dare le impronte digitali, e si rifiuta, perché magari ha una sorella o un amico in Francia, e le sue impronte le vuole dare lì. Ma gli hotspot sono una zona grigia di uso (e abuso) della legge, in cui ci si aspetta che il migrante, stremato dal viaggio, si inginocchi e ringrazi le autorità salvifiche. E se non lo fa... basti pensare che l'hotspot di Lampedusa, a Marzo 2023, è stato condannato dalla Corte Europea di Diritti dell'Uomo (CEDU) per trattamenti inumani e degradanti e per violazione del diritto alla libertà e alla sicurezza. Ironico: l'Europa fa le leggi, e dopo punisce chi lavora con solerzia per metterle in pratica. 

Ogni volta che un nuovo ospite arriva al CAS, durante il colloquio conoscitivo, ho il dovere di fare due domande: "perché sei qui?" e "vuoi rimanere in Italia?"

Due domande scontate, forse, che seguono due direzioni diverse. Una guarda al passato, l'altra al futuro. Alla prima domanda, chi si fida abbastanza, risponde senza battere ciglio, seppur con la reticenza di chi sente dietro al collo il fiato di qualcosa che lo rincorre.

Perché sei qui?  "Perché nel mio paese c'è la guerra", "perché sono stato discriminato per la mia religione/per il mio orientamento sessuale" "il mio gruppo etnico prevede il rituale della circoncisione e io non voglio farla" "perché sono scappato dopo essere stato venduto come schiavo" e, perché no, anche "mi hanno detto che in Italia si sta bene". 

E dopo c'è la domanda sul futuro. 

Vuoi rimanere? Sì, no, forse; il futuro è incerto. Piani e programmi sono andati in fumo sulla spiaggia, o prima, sull'ONG, quando, senza nemmeno accorgersene, si è messa la propria vita e le proprie scelte nelle mani di estranei. E chi lo farebbe, se non qualcuno che non ha altra scelta? E cosa importa, rimanere o meno? L'importante è sopravvivere, lo è sempre stato. 

Perché vengono in Italia, quindi? Perché è qui che li portano, e non potranno spostarsi finché non saranno andati in commissione e non avranno la protezione internazionale. E ci vorrà molto tempo.

Non voglio essere fraintesa. I CAS e i SAI non sono prigioni, ci si può allontanare quando si vuole. Ci sarà sempre chi tenterà la fortuna e abbandonerà l'accoglienza per provare a passare il confine con la Francia. Chi ci prova rischia di essere intercettato e mandato indietro, trovandosi in un limbo di illegalità: avendo rinunciato all'accoglienza, non potrà più usufruirne. E' allora potrebbe finire nelle maglie della malavita, ingannato dalle promesse di suoi stessi connazionali che millantano lavori stabili e un futuro radioso, per scoprirsi poi carne da macello nella tratta degli esseri umani. Oppure, si finisce nei CPR, centri di rimpatrio (il documentario di Marika Ikonomu, Alessandro Leone, Simone Manda "Sulla loro pelle", vincitore del premio Morrione, è un ottimo report sull'argomento).

Amnesty international, in un report del 2016, dice:  "[negli hotspot si ignora la] complessità e l’ambivalenza dei processi di soggettivazione e l’irriducibile eterogeneità e molteplicità dei comportamenti, delle scelte, dei desideri e delle strategie messe in scena dalle donne e dagli uomini in migrazione"

Sì, la verità è relativa, ed è facile perdere il focus sul problema, specie quando ne viviamo solo le conseguenze. Perciò è importante fare un passo indietro, e guardare ciò che si nasconde in bella vista. In questo caso, io vedo l'ipocrisia di un'Europa che spinge per le politiche dei confini aperti, esorta la gente a partire, ma non permette di scegliere dove andare.

Perché? A ognuno le sue speculazioni.

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