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Moratti come Coriolano, in Lombardia sposa la causa terzopolista

Formigoni: “Condannata all’irrilevanza, ma partiva da un progetto politico ambizioso”

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Insieme con Carlo Calenda e Matteo Renzi ho condiviso l’avvio di un percorso che mi vedrà
candidata alla presidenza di Regione Lombardia.” Così postava trionfante Letizia Moratti su
Twitter, il 6 novembre. E proseguiva, in un altro cinguettio del dì di festa (frazionato in due
commi): “Una collaborazione che nasce sostenuta dall’ampia e consolidata rete civica a me
vicina e dal Terzo Polo, ampiamente aperta all’adesione di tutti gli interlocutori politici,
culturali, del terzo settore e delle associazioni, con i quali realizzeremo interessanti e positivi
confronti per la costruzione di una coalizione vincente. Ringrazio Carlo Calenda e Matteo
Renzi per l’appoggio. Inizia oggi un nuovo appassionante cammino per dare le risposte che la
Lombardia merita”.
Per Roberto Formigoni, vecchia volpe del centrodestra, la decisione di Letizia Moratti – da
sempre asso nella manica dell’area berlusconiana – di perfezionare la sua candidatura a
presidente della Lombardia col Terzo Polo rappresenta una vendetta nei confronti della
coalizione di centrodestra che l’ha scaricata a favore di una riconferma di Fontana (e quindi
del mantenimento degli equilibri dell’alleanza Fi-Lega-FdI). La Moratti ha parlato di un “patto
della staffetta” tra lei e il presidente uscente, che quest’ultimo non avrebbe rispettato.
Trovatasi ben presto isolata all’interno della coalizione (quando invece si aspettava un pieno
sostegno), ha preso cappello e non ha atteso un minuto di più per approdare su altri lidi.
Formigoni, che ha espresso la sua opinione in merito l'8 novembre a L’aria che tira, prevede già un
naufragio della lista civica di Moratti, a cui il puntello dell’asse Renzi-Calenda non apporterà
significativi benefici: egli calcola infatti che ben difficilmente il Terzo Polo arriverà oltre quel
10% già strappato in Lombardia alle politiche, e alla fine all’ex presidente della Rai ed ex
sindaco di Milano resterà l’onore delle armi ma dovrà accontentarsi di non superare il terzo
posto.
La parola chiave è proprio civico. Per quella che è la tendenza attuale, convertirsi da parte di
leader che abbiano già una statura nazionale a tale dimensione politica – o anche
semplicemente legare il proprio nome a essa – rappresenta una sorta di maledizione: si pensi
ai casi di Monti e di Di Maio. Per la Moratti, però, il discorso è diverso: con la sua “scelta
civica” in fondo non fa altro che riprendere un percorso iniziato da quando è entrata nel mondo
delle istituzioni.
In effetti indipendente – anche se gravitante in orbita forzista – la Moratti lo è sempre stata, se
si eccettua il periodo che va dal 2009 al 2012 che l’ha vista aderire al progetto del Popolo della
Libertà. L’elemento di civicità fu determinante anche nella sua elezione a sindaco di Milano:
come si ricorderà, nel 2006, arrivò a Palazzo Marino con l’appoggio della Casa della Casa
della Libertà ma anche con quello, non meno determinante, di due sue liste personali.
Ma nella sua disamina Formigoni va anche oltre. A suo parere la Moratti, novello Coriolano,
avrebbe voluto proporsi al Pd per provare a fare quello che a Letta non è riuscito nelle ultime
elezioni politiche: creare un campo largo a sinistra per contrastare seriamente il centro-
destra. Ma “se il Pd candidasse la Moratti come presidente di Regione ci sarebbe una rivolta
nella base del partito. Moratti è sempre stata considerata un'avversaria. Non credo che i
dirigenti del Pd commetteranno questo errore macroscopico.”

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