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Sempre più libri sui social

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Periodicamente, negli ultimi anni, chi si interessa molto di libri ha assistito o partecipato a discussioni, in alcuni casi polemiche, sui cosiddetti bookblogger, booktuber o bookinfluencer, cioè su chi parla di libri sui social network o su YouTube, raccogliendo anche decine di migliaia di follower. Più volte sono stati accusati di parlare di libri in modo superficiale, di non avere le competenze per farlo o ancora di dire tutti le stesse cose. La lettura è un piacere di tutti e va rispettato anche che le persone ne parlino liberamente senza sentirsi giudicati (un po’ come capita per le scommesse o le Slot Gratis).

Il fenomeno ha molto successo, tanto che le case editrici organizzano sempre più spesso attività promozionali insieme a chi parla di libri sui social o blog dedicati e per alcuni farlo è diventato una specie di secondo lavoro.

Per chi ama leggere, seguire su Instagram qualcuno che parla di libri e di cui si condividono i gusti è invece un modo per scegliere le letture successive, chiedere consigli e in alcuni casi partecipare a letture di gruppo, come in un club del libro.

In questo momento i social network sono un nuovo strumento di scoperta e condivisione e allora perchè non utilizzarli anche per la passione della lettura?

Recentemente è stato organizzato un ciclo di eventi online del Circolo dei lettori di Torino ed è stato pensato proprio per parlare con alcune bookblogger, tra cui Marson, Soma e Giuffré che hanno parlato di alcune delle loro letture, del perché e del come si parla di libri sui social.

Giuffré ha ricevuto delle proposte di lavoro che l’hanno portata a fare la social media manager proprio grazie alla sua capacità di parlare di libri con il suo blog e il suo profilo personale. Continua a curarlo per «puro piacere» e per la «gioia di parlare con altri lettori»; ogni tanto le capita di diffondere qualche contenuto sponsorizzato, ma non si ritiene un’influencer, anche perché una gran parte dei libri di cui si occupa sono vecchie edizioni, recuperabili solo in biblioteca.

Anche Stefania Soma lavora nel mondo dell’editoria e nel tempo ha curato una rubrica sulla Stampa e una su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica. Anche lei ogni tanto diffonde contenuti sponsorizzati attraverso il suo profilo personale, e come lavoro secondario le capita di occuparsi di presentazioni di libri. Non si sente un’influencer anche se è tra i dieci bookinfluencer italiani più influenti secondo un’analisi di quest’anno fatta dall’Osservatorio Alkemy-Sole24Ore.

Francesca Marson invece lavora come ufficio stampa e sul suo profilo Instagram ha quasi 24mila follower. Come Giuffré ha un blog e sul suo profilo personale non parla solo di libri. Non ama le etichette come bookblogger e bookinfluencer perché pensa che molto spesso siano usate con connotazioni negative legate alle discussioni online che ci sono state a proposito di chi parla di libri sui social. A sua volta non lo fa per lavoro, ma per passione.

Ci sono delle differenze tra il modo in cui parlano di libri i bookblogger e quello invece usato dai critici su giornali e riviste, la differenza principale sta nel tono di voce.

Nei profili dedicati ai libri si racconta un modo di guardare le cose e permettono di affezionarti a una voce, a una faccia, a un modo di vedere la realtà. Negli articoli il tono di voce invece è esterno.

Gli approcci cambiano da bookblogger a bookblogger, ma dato che i social network nascono come uno spazio totalmente personale, ci si può sentire come a casa o in un gruppo di amici su un profilo rispetto ad un altro.

Tra le critiche che negli anni sono state rivolte a chi usa i social per parlare di libri c’è anche quella di aver in un qualche senso sminuito i libri. Soma ad esempio è stata criticata per aver abbinato la lettura alla colazione, ma per lei accostare i libri a una tazza di caffè è sempre stato un modo per “liberare il libro, farlo tornare un oggetto quotidiano, non musealizzato.

Un’altra critica è quella dell’omologazione: i libri di cui parlano i bookblogger sarebbero sempre gli stessi, si succederebbero al ritmo delle campagne pubblicitarie portate avanti dagli uffici stampa degli editori per far arrivare un titolo o una copertina al maggior numero di persone.

Forse converrebbe passare più tempo a leggerlo un libro piuttosto che guardarlo sui profili di qualcun altro, ma questa è la nostra società e se anche solo una persona a cui non piaceva la lettura diventa un lettore accanito, può già considerarsi un gran risultato per queste palladine delle parole stampate.

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