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Il potere dell’euro nel mondo globalizzato e i benefici per l’Italia

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Sono 19 i Paesi europei che fanno parte della zona euro, valuta utilizzata da circa 341 milioni di persone: questi i dati rilasciati dall’Unione Europea (UE). In realtà sono 60 i Paesi in tutto il mondo che utilizzano la moneta negli scambi commerciali internazionali, facendo della valuta europea la seconda più utilizzata dietro al dollaro USA. Potrebbero bastare queste poche cifre a indicare quanto, nonostante le critiche che giungono da più parti, l’euro sia una moneta di riferimento a livello globale, ma aggiungiamo a questi dati che la coppia euro – dollaro USA (EUR/USD) è la prima al mondo per volumi di scambio giornalieri. In Italia, tuttavia, la moneta unica è spesso vissuta come la causa dei mali del Paese, anche se recenti ricerche pubblicate nel 2019 per il ventennale dell’euro hanno gettato nuova luce sulle cause del precario stato di salute economica dell’Italia e spostato la responsabilità della bassa crescita dell’economia nostrana su altri fattori.

I fattori che hanno penalizzato l’Italia

Una ricerca dell’agenzia Bloomberg di dicembre 2018 dimostrava come una buona parte delle nazioni che, come l’Italia, hanno adottato l’euro, ne hanno saputo sfruttare le potenzialità e hanno gestito meglio anche la crisi finanziaria del 2008. Questo è il caso di Austria, Finlandia, Germania, ma anche dell’Irlanda. Accanto a questa ricerca, Il Sole 24 Ore ne ha presentata una tutta dedicata alla “relazione” Italia-euro, mostrando come l’export in termini reali sia cresciuto costantemente anche con l’euro usato come moneta di scambio con i Paesi extra-UE. Ad aver penalizzato l’Italia, invece, sarebbero stati i bassi investimenti in innovazione e ricerca che prima dell’euro si riuscivano a compensare con la svalutazione della lira. Le due ricerche ci suggeriscono che anche se dovessimo rivedere la lira scambiata contro il dollaro o la sterlina britannica sul forex trading, il mercato delle valute straniere dove vengono scambiate quotidianamente tutte le valute straniere del mondo, probabilmente l’Italia continuerebbe a soffrire degli stessi problemi decennali e avrebbe come unico vantaggio “competitivo” la possibilità di svalutare la moneta nazionale. C’è però uno scenario che nessuna ricerca economica ha mai ancora affrontato in maniera sistematica ed esaustiva: come avrebbe potuto affrontare questi decenni una Italia fuori dall’euro? Indirettamente, la ricerca del quotidiano economico italiano fornisce qualche prima risposta quando descrive i rendimenti dei titoli di stato italiani (BTP) a dieci anni e verifica che prima dell’ingresso dell’euro lo spread con gli omologhi tedeschi non era mai sceso sotto quota 257 punti base. Anche le imprese avrebbero beneficiato dell’ingresso nella zona euro con prestiti concessi dalle banche a tassi nettamente inferiori rispetto al periodo in cui in Italia circolava la lira.

Il Die Welt, quotidiano nazionale tedesco, infine, nel suo resoconto sullo stato di salute dell’euro a 20 anni dalla sua introduzione, ha utilizzato una metafora per spiegare il rapporto che lega i 19 Paesi dell’area dell’euro alla moneta unica, che dà l’idea di come il processo sia irreversibile. Il quotidiano tedesco ha paragonato la zona euro a una palestra in cui i membri si allenano per essere tutti in forma, ma a differenza di un club privato dove si può essere estromessi, dall’euro «nessuno può essere invitato a uscire» e, come disse Mario Draghi nel marzo del 2018: «L’euro è irreversibile».

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