Domenico Iannacone come gli angeli di Wim Wenders. Torna in prima serata Che ci faccio qui

Riprende la premiata trasmissione che ci racconta com'eravamo poco prima della pandemia che ha cambiato la nostra vita

pubblicato il 04/05/2020 in Attualità da Marco Zonetti
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Marco Zonetti
Domenico Iannacone

Com'eravamo. Questo il titolo di un celebre film di Sydney Pollack con Robert Redford e Barbra Streisand, un racconto di illusioni perdute e di sogni infranti. E "com'eravamo" potrebbe essere anche la tagline del nuovo ciclo di Che ci faccio qui, pregevole trasmissione di Domenico Iannacone e Luca Cambi prodotta per Rai3 dalla Hangar di Gregorio Paolini. Iniziato in access prime time, il programma presentato da Iannacone ha ottenuto un tale successo e riscontro di critica e pubblico da essere promosso in prima serata, e il suo ritorno domenica 10 maggio va a coincidere con l'inizio della Fase 2 dell'emergenza Coronavirus, dopo aver chiuso le riprese immediatamente prima del lockdown.

La peculiare tempistica della realizzazione e della messa in onda finisce per fare da ideale specchio della nostra società agli albori dell'epidemia che ci ha cambiato la vita, fotografando vividamente i sogni infranti e le illusioni perdute di cui sopra, le contraddizioni, le problematiche, le divisioni intestine, le violenze sopite o espresse del nostro Paese, ma anche la sua parte buona vista attraverso il desiderio di riscatto dei più deboli e dei dimenticati. 

Con l'empatia che lo contraddistingue e il suo slancio (mai retorico né stucchevole) verso gli emarginati, i paria, o in alternativa le persone straordinarie che si mettono al servizio della collettività il più delle volte lontano dai riflettori e dall'immediata gratificazione mediatica, Domenico Iannacone riprende il filo della sua storia delle eccellenze italiane nascoste, quelle che si prodigano per i più poveri e gli ultimi (quelli che spesso non appagano il narcisismo mediatico) raccontando al tempo stesso spaccati di società e di agglomerati umani che convivono con noi nelle nostre città ma che non possiamo (o non vogliamo) vedere. 

La prima puntata in onda il 10 maggio in prima serata sarà dedicata a Rosarno, nel momento in cui la pandemia ha scavato altre sacche di povertà non solo fra gli immigrati già vessati ma anche fra gli italiani indeboliti dal lockdown e dalla relativa esacerbazione della crisi economica. Da Rosarno, quindi nel difficile quartiere romano di Corviale con il suo "Serpentone", e poi a Torino (che oggi sta affrontando un'inquietante emergenza sanitaria), il nuovo ciclo di Che ci faccio qui sorvolerà come gli angeli di Wim Wenders le realtà italiane più complesse e le storie personali di eroi oscuri che non partecipano ai talk show né vengono ricordati dai Tg, ma che giorno dopo giorno s'impegnano per rendere più vivibile e umana la società che li circonda.

Il titolo Che ci faccio qui, del resto, non è espresso in forma interrogativa, bensì rappresenta una dichiarazione d'intenti del perché i vari protagonisti hanno scelto la loro nobile "missione" di rendere più sana (mai parola fu più pertinente) la società nell'attimo di tempo e nel punto di spazio che li vede agire per il benessere altrui.

La fotografia di "com'eravamo" prima del lockdown per costruire - usando le parole del conduttore - "Una nuova Costituzione per gli esseri viventi". Che ci facciamo qui, del resto, se non per rendere migliore la nostra società? sembra suggerire fra le righe la trasmissione di Domenico Iannacone. Una lezione che l'emergenza ancora in corso rende ancor più cruciale. Da non perdere, dunque, domenica 10 maggio in prima serata su Rai3 la prima puntata del nuovo ciclo di Che ci faccio qui. 

 

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