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NEL M5S È VIETATO DISSENTIRE, 800 TRA ESPULSI ED EMARGINATI

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A questi 500 vanno sommati gli «espulsi» in senso tecnico, almeno altri 300 in tutta Italia che (dopo il varo del Regolamento del 23 dicembre 2014, ora dichiarato «nullo» dal Tribunale) hanno ricevuto una mail con una comunicazione. Prima di quella data le espulsioni avvenivano con un post scriptum sul blog, spesso anche senza: un bel giorno il militante si svegliava e si trovava «cliccato», disattivato dal server della Casaleggio. Al massimo con una lettera di diffida all’uso del simbolo. Questa carica degli 800 delinea i contorni di una gigantesca cacciata del dissenso, per una forza di un paese democratico; una cacciata di cui per la prima volta siamo in grado di determinare con precisione l’entità. Trentasei espulsi a Napoli, una trentina a Roma, almeno 50 espulsi in Emilia - tra cui i casi storici di Favia e Salsi, o quello recente di Lorenzo Andraghetti, reo di aver tentato di sfidare Massimo Bugani, prescelto dalla Casaleggio - una decina in Calabria, dove l’uomo forte è Nicola Morra, e dopo le espulsioni il Movimento è precipitato al 4%. Ieri Federico Pizzarotti (per ora solo «sospeso») ha scritto ormai spazientito a Grillo, consapevole ormai di avere armi giuridiche assai forti: «Il tempo dell’attesa è finito. Se non dovessero arrivare in tempi brevi risposte sulla mia situazione, interpreterò l’atteggiamento per quello che è: la chiara volontà di arrivare a una rottura senza neppure il coraggio di assumersene la responsabilità. Pretendiamo chiarezza, l’indifferenza non rende piccolo chi la subisce, ma chi la attua». A Napoli doveva esser candidato alle regionali Angelo Ferrillo, un militante storico della Terra dei fuochi. Fu espulso con accuse pretestuose. Fece una lista civica (che appoggiò Caldoro). Ora annuncia di non voler affatto rientrare ma di voler «avviare un’azione legale collettiva» contro i responsabili: «Il M5S non è riformabile, né dall’interno né dall’esterno. È un partito azienda col potere di firma nelle mani di una sola persona e gestito in comproprietà da una srl». «Conquistano il consenso elettorale mediante il plagio o l’inganno e la menzogna», dice. In tanti stanno catalizzando questa rivolta degli espulsi. Roberto Motta a Roma riceve decine di telefonate. Idem l’avvocato Borrè. Altri, sempre nella Capitale, ci dicono questo: «A Roma sono rimasti nel M5S in tutto 300 attivisti; se pensate che 200 sono stati assorbiti nei municipi capirete che la base non esiste più». Il Movimento della partecipazione è diventato un partito degli eletti, senza più una vera e propria base. 20 luglio 2016 

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