Il caso della quindicenne scomparsa a Roma il 22 giugno 1983 è un luna park per complottisti dove per anni si è venduto di tutto: spie bulgare, l'attentato al Papa, i lupi grigi, la Stasi, il Kgb, il Sisde, il Sismi, i miliardi dello Ior, i ricatti criminali, gli appetiti sessuali deviati dei prelati, i papi dalla doppia vita. Basta però spegnere i riflettori del circo mediatico e guardare i fatti, le cronache e le statistiche. Emerge una pista tragicamente banale: Emanuela è stata inghiottita da un crimine a sfondo sessuale. Tutto il resto? Una gigantesca montagna di fumo senza un briciolo di arrosto, un castello di carte crollato sotto il peso delle sue stesse assurdità.
E’ necessario liberare il palcoscenico dai miti e dalle leggende metropolitane. L'uomo della Avon non è mai esistito. La favola del lavoro per una sfilata di moda è stata solo una colossale distorsione, un'invenzione utile a depistare o un malinteso ingigantito dai verbali dell'epoca. La realtà di quel pomeriggio è molto più inquietante e ordinaria. Emanuela non è salita sull'auto di uno sconosciuto che le sventolava davanti un volantino e le offriva un cifra monumentale; non è stata rapita da un commando paramilitare sotto gli occhi dell’esercito che presidiava la zona del Senato. Quella sera, la ragazza ha semplicemente seguito qualcuno che conosceva bene, una figura del suo ambiente familiare o del suo giro di cui si fidava ciecamente.
Lo avevano capito tutti, tranne i magistrati e i giornalisti affetti dalla mania di protagonismo e sottoposti ai giochi di potere, politici e mediatici. Oggi, persino un profano in materia ha capito che bisogna scendere dalle nuvole della fantasia romanzata per posare i piedi sulla terra. Le inchieste giornalistiche serie, quelle che mirano a informare e non a intrattenere, stanno progressivamente riducendo a più miti consigli i fan delle spy-story, rimettendo al centro del tavolo la pista di una trappola tesa da un conoscente o di uno squallido ricatto erotico maturato in un contesto di stretta vicinanza. Quando si gratta via la vernice dorata del thriller terroristico e criminale, ciò che resta è la carne viva di una violenza consumata nell'ombra da chi sapeva benissimo come manipolare la fiducia di un'adolescente.
Ma allora perché i media continuano a narrare l’inverosimile? Semplice: perché il fumo fa spettacolo e fa vendere copie. Alì Agca che straparla, Accetti che si autoaccusa, finti agenti segreti che vendono paccottiglie, Minardi che vuole Emanuela nella betoniera, Lele Mora che immagina la ragazza viva in Austria, sensitivi che la vedono murata nelle stanze vaticane, immaginifici terroristi dei Nar che la sorvegliano a Londra, finti negoziatori e ciarlatani della Banda della Magliana hanno garantito ascolti tv e prime pagine, creando una saga fuori controllo. Peccato che, a stringere il pugno, in mano sia rimasto sempre il nulla: zero prove, zero riscontri, nessun processo, nessuna condanna, niente di niente; solo indagini che si aprono e si chiudono a seconda della confessione del momento. Solo fuffa che ha usato il dramma di una famiglia per coprire un torbido reato commesso da qualcuno che è rimasto a guardare, protetto da mitomani e mistificatori.
La verità è che il pubblico preferisce il complotto perché la banalità del male fa orrore. Accettare che Emanuela Orlandi sia morta per le pulsioni di un predatore che ha sfruttato la sua buona fede significa ammettere che nessun santuario è sicuro e che il mostro non ha le chiavi dei palazzi del potere ma qualcuno di molto vicino. È ora di dirlo chiaramente. E’ necessario liberare la memoria di questa ragazza dalle trame in stile Dan Brown. Il labirinto di terroristi, criminali e prelati è solo un'illusione ottica. Il male, purtroppo, si annida spesso tra le mura “domestiche”. Proprio quelle che non accendono i riflettori sui business commerciali.

