La "pista familiare" sulla scomparsa di Emanuela Orlandi torna a far discutere, complici le recenti dichiarazioni del giornalista Pino Nicotri allo youtuber Gianluigi Lulli. La tesi è nota: la sera della scomparsa, Emanuela potrebbe essere salita a bordo dell'auto dello zio, Mario Meneguzzi. Secondo questa ricostruzione, l'itinerario quotidiano che l'uomo percorreva per tornare dal lavoro a Montecitorio intersecava perfettamente piazza Sant'Apollinare, proprio dove si trovava la scuola di musica della ragazza; un'ipotesi che il cronista dichiara essere supportata da vecchie confidenze intercorse con tre figure chiave dell'epoca: la magistrata Margherita Gerunda, l'agente del Sisde Giulio Gangi e il sacerdote don Saverio Salerno.
Tuttavia, la ricostruzione sbatte contro un muro di incongruenze cronologiche. Lo stesso Nicotri ha dichiarato in televisione, a Lo Stato delle Cose, che questo itinerario dello zio Mario in realtà è "emerso solo di recente" e non figura in nessun vecchio verbale. Sorge spontaneo un punto di domanda: se la traiettoria è una scoperta recente, come facevano i tre testimoni dell'epoca a confidare dettagli su un percorso che nessuno conosceva? Il sospetto è che i vecchi ricordi siano stati riadattati a posteriori per "incastrarsi" con la nuova mappa, evidenziando un divario tra un generico sospetto del passato e la validazione attuale di una verifica solo presente.
A gettare benzina sul fuoco è spuntata la testimonianza confidenziale di un'ex studentessa della stessa scuola di musica, la quale ha raccontato che la figura dello zio era ben nota ad alcune allieve, essendole capitato di notarlo tra Corso Rinascimento e Corso Vittorio Emanuele II mentre offriva un passaggio alla nipote. Se da un lato questo racconto conferma che l'uomo frequentava la zona, dall'altro sposta l'asse della verità al presente e non in un lontano passato. Senza questa rivelazione concessa da una testimone diretta, che ha preferito restare anonima per ovvie ragioni, Nicotri forse starebbe ancora a chiedersi perché Ercole Orlandi contatti il cognato alle 22.00, un’ora e mezza appena dal mancato rientro della figlia.
In ogni caso, una semplice consuetudine familiare non dimostra nulla, poiché sapere che lo zio dava spesso un passaggio a Emanuela non crea alcun legame con i drammatici eventi della sera della scomparsa. Sotto il profilo investigativo, l'intera operazione rischia di scivolare sul terreno del cosiddetto confirmation bias (il pregiudizio di conferma), dove l'aver sovrapposto un dettaglio recente a presunte confidenze passate espone il giornalista a un deficit di credibilità professionale. I dubbi documentali, d'altronde, restano evidenti. Nicotri segue il caso Orlandi dal 2002 e l'assenza di qualsiasi riscontro formale o deposito di questi elementi davanti all'autorità giudiziaria, prima dell'attuale Commissione Parlamentare d'Inchiesta, lascia aperti forti interrogativi sulle tempistiche di questa spinta mediatica.
A rendere il quadro ancora più complesso c'è un limite oggettivo insuperabile: tutti i testimoni chiave menzionati sono deceduti, dall'agente Giulio Gangi alla dottoressa Gerunda, fino ai religiosi delle prime indagini. Lanciare una tesi così forte oggi, senza alcuna possibilità di conferma o smentita da parte dei protagonisti, la colloca in un limbo difficilmente verificabile tramite riscontri incrociati. La verità resta lontana, ma il dibattito si infittisce. E genera solo caos.

