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Emanuela Orlandi, l'illusione della verità e l'ombra della terza archiviazione

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Tre indizi fanno una prova, tre archiviazioni somigliano a una resa. L'ultimo tentativo di fare luce su una verità quantomeno storica sul caso Orlandi – visto che quella giudiziaria è ormai solo un’illusione – rischia di schiantarsi contro l’ipotesi più temuta, ma anche più realistica: un terzo, e definitivo, nulla di fatto. Tra gli addetti ai lavori l'atmosfera è cupa. La sensazione diffusa è quella di una macchina investigativa che gira a vuoto, intrappolata nell'incapacità cronica di trasformare i vecchi sospetti in prove capaci di reggere il peso di versioni e tesi contraddittorie. 

Per capire come si sia giunti a questo, bisogna fare un salto indietro. La prima resa risale al 1997. Quattordici anni passati a inseguire i fantasmi della pista internazionale, i giochi d'ombra della Guerra Fredda e l'estremismo dei Lupi Grigi, prima che la Procura di Roma si vedesse costretta ad alzare bandiera bianca, decretando che si era trattato solo di una “messinscena”. Diciotto anni dopo, nel 2015, ecco il secondo fallimento: una montagna di documenti e una sentenza ufficiale ha seppellito le trame della Banda della Magliana e i segreti custoditi nella basilica di Sant'Apollinare. Due epoche distanti, ma un identico verdetto. Un mare di dietrologie che ha inghiottito la cronaca nera, trasformandola in un vicolo cieco.

Eppure, questa volta la strategia sembrava muoversi su binari diversi, sorretta da un'azione a tre punte: la Procura capitolina, la Commissione Parlamentare d'Inchiesta e, in una svolta senza precedenti, l'ufficio del Promotore di Giustizia Vaticano. Una convergenza istituzionale inedita, che si è rivelata però impotente davanti al vuoto probatorio. Il tempo, implacabile e silenzioso, ha logorato ogni cosa. I testimoni chiave sono ormai in gran parte scomparsi, i vecchi verbali mostrano i segni degli anni e le nuove piste, inizialmente promettenti, stanno sfumando in semplici suggestioni, già ampiamente vagliate e scartate negli anni passati.

In questo quadro di affanno, il recente ritorno d'attenzione su Marco Accetti — tra lunghi interrogatori, audizioni secretate in Commissione e i nuovi esami scientifici del Ris sul celebre flauto — assume il sapore amaro di un ritorno a un passato già vissuto come sterile. Riavvolgere il nastro fino alle dichiarazioni e ai fitti memoriali del fotografo romano somiglia a un déjà-vu investigativo, un labirinto di specchi e autoaccuse che in passato ha consumato fiumi di inchiostro senza mai produrre un riscontro oggettivo. Rimane la constatazione di come la macchina inquirente si sia smarrita ancora una volta dietro a un filone di dietrologie, inseguendo complessi teoremi geopolitici ed esoterici anziché aggrapparsi alla concretezza dei fatti e all’ipotesi investigativa più ovvia quando scompare un adolescente: un delitto sessuale in prossimità, commesso da qualcuno molto, ma molto vicino alla ragazza. 

Oggi, la parola "archiviazione" avrebbe il sapore di una pietra tombale definitiva. Non ci sarà una quarta occasione per cercare la verità. Le istituzioni non avranno più lo spazio politico, né la forza giuridica, per riaprire una ferita che ha già logorato profondamente la credibilità dello Stato italiano e i suoi rapporti con la Santa Sede. Se calerà il sipario, sarà l'ammissione formale che il segreto è stato più forte della giustizia. Un verdetto di impotenza che certificherà la resa incondizionata degli apparati investigativi davanti a un caso di cronaca tramutato in un affare di Stato.

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