Il Direttore Artistico , Ex Attore, attualmente Autore, Aforista e Talent Scout Francesco Fiumarella racconta perché, nonostante gli inviti ricevuti negli anni, ha scelto di non partecipare a importanti manifestazioni cinematografiche e prende posizione contro la crescente confusione tra popolarità, immagine e reale professionalità artistica.
Redazione Cultura & Cinema: Salve Francesco, la ringraziamo per averci concesso questa intervista, per noi è un onore, come le abbiamo chiesto telefonicamente ci ha raccontato di non aver mai voluto partecipare alla Mostra del Cinema di Venezia, alla Festa del Cinema di Roma, ai Nastri d’Argento, ai David di Donatello e ad altri importanti festival e manifestazioni cinematografiche, nonostante nel corso degli anni abbia ricevuto inviti, ospitate e proposte di partecipazione. Ci ha detto di aver scelto consapevolmente di declinarli. Perché questa decisione? Cosa l’ha portata, negli anni, a dire di no a contesti che per molti professionisti rappresentano invece importanti occasioni di visibilità e relazione?
Francesco Fiumarella: Buongiorno e grazie a voi e alla vostra redazione, ci mancherebbe è sempre un piacere. È stata, prima di tutto, una scelta di coerenza professionale. Confermo, nel corso degli anni ho ricevuto proposte, ospitate e possibilità di partecipazione a diversi eventi e manifestazioni. Ho semplicemente scelto di declinarle quando non le ritenevo coerenti con la mia visione professionale, artistica e sopratuttto meritocratica. Personalmente non ho mai avuto il bisogno di andare a un festival semplicemente perché “bisogna esserci”. Io mi sono posto un’altra domanda: io, in quel contesto, cosa avrei realmente rappresentato? In passato ho lavorato come Attore per fare esperienze sul campo sia teatrale che cinematografico e televisivo, oggi sono Autore, Direttore Artistico e Talent Scout e da anni porto avanti il Premio Vincenzo Crocitti International e una precisa idea di meritocrazia artistica. Il mio lavoro consiste nel cercare, valorizzare e sostenere persone che abbiano realmente qualcosa da dire attraverso la propria arte. Per questo non ho mai sentito la necessità di costruire la mia identità professionale ( Artistica) attraverso la presenza a un photocall o a un red carpet. Ho rifiutato l’idea che la mia professionalità dovesse necessariamente passare attraverso una passerella di visibilità e buttato in mezzo ad un oceano ove non proprio tutti coloro che vanno ai festival fanno parta o hanno competenze nel settore artistico e cinematografico. E sono due cose profondamente diverse.
Redazione Cultura & Cinema: Quindi, secondo lei, esiste una differenza sostanziale tra essere presenti a un grande evento cinematografico ed essere realmente parte del Cinema?
Francesco Fiumarella: Assolutamente sì. E credo sia proprio questa distinzione che oggi andrebbe recuperata. Essere presenti a un grande evento cinematografico può avere un significato enorme quando quella presenza è collegata a un’opera, a un ruolo professionale, a un riconoscimento, a una produzione, a un’attività concreta nel settore. Un attore che presenta un film, un regista che presenta la propria opera, uno sceneggiatore, un produttore, un direttore della fotografia, un montatore, un compositore, un tecnico, un professionista che ha realmente lavorato a un progetto cinematografico: quella presenza per me ha un significato.Il problema nasce quando la presenza diventa fine a se stessa. E allora continuo a farmi una domanda molto semplice:
ESSERE LÌ PER FARE COSA? Perché se non hai recitato, scritto, diretto, prodotto, composto, montato, fotografato, costruito o comunque contribuito a un’opera, cosa stai realmente celebrando? La tua professione? La tua carriera?La tua arte? Oppure semplicemente la tua immagine? Per me il problema non è essere fotografati. Il problema è quando la fotografia diventa più importante di ciò che dovrebbe rappresentare.
Redazione Cultura & Cinema: Sta parlando principalmente degli influencer?
Francesco Fiumarella: No. Sto parlando di un fenomeno molto più ampio.Non mi interessa quanti follower abbia una persona. Diecimila, centomila, un milione o dieci milioni.Un milione di follower non aggiunge una riga a una sceneggiatura. Non migliora automaticamente un’interpretazione. Non rende migliore una regia. Non trasforma una persona in artista. La popolarità può essere un valore comunicativo, commerciale, mediatico. Ma non può diventare automaticamente una certificazione artistica. E soprattutto non può sostituire la gavetta. Mentre qualcuno passa anni a studiare recitazione, frequentare scuole, fare provini, piccoli ruoli, teatro, cortometraggi, produzioni indipendenti, qualcuno magari costruisce in parallelo una gigantesca macchina di comunicazione intorno alla propria persona. E qui nasce una contraddizione che trovo molto pericolosa.Perché c’è chi ha tantissima visibilità e pochissima opera, e c’è chi ha pochissima visibilità ma un’opera straordinaria.Io, personalmente, preferisco incontrare il secondo.
Redazione Cultura & Cinema: Quindi non critica il glamour, la moda, il lusso o il modo in cui alcune persone decidono di vivere questi grandi eventi?
Francesco Fiumarella: Assolutamente no. E questo deve essere molto chiaro.Non sono contrario agli eventi esclusivi o alla comunicazione.Ognuno è libero di vivere un evento come desidera. Il punto è un altro, la confusione tra apparire ed essere. Puoi avere un abito da ventimila euro o affittarli come in molti fanno. Puoi avere un gioiello da centomila. Puoi avere uno stylist, un fotografo personale, un videomaker, un’agenzia, un PR, milioni di follower e cento fotografi puntati addosso. Ma c’è una domanda alla quale nessuno di questi elementi può rispondere:CHE COSA HAI CREATO? Perché puoi avere cento flash puntati addosso. MA SE NON HAI UN’OPERA, QUEI FLASH STANNO FOTOGRAFANDO SOLTANTO UN OUTFIT. E questa, per me, è la differenza fondamentale.
Redazione Cultura & Cinema: Lei parla quindi anche di una vera e propria economia della visibilità?
Francesco Fiumarella: Certamente. E sarebbe ingenuo negarlo. Intorno alla visibilità esiste oggi un’intera filiera economica: abiti, stylist, gioielli, make-up artist, hair stylist, fotografi, videomaker, agenzie, PR, hotel, transfer, hospitality, eventi privati, cene, partnership, sponsorizzazioni e comunicazione. In una città come Venezia, poi, anche l’arrivo può diventare parte dello spettacolo: water taxi, imbarcazioni private, yacht, eventi esclusivi e tutto ciò che contribuisce a costruire un’immagine di prestigio. Ma voglio essere estremamente preciso, perché non intendo fare generalizzazioni: non sto dicendo che ogni persona presente su un red carpet abbia pagato per esserci e mi riferisco agli ospiti, non a chi partecipa professionalmente alla manifestazione, presenta un'opera o riceve un riconoscimento. Sarebbe una conclusione semplicistica e priva di fondamento. Sto parlando di qualcosa di più ampio: la trasformazione della visibilità in un vero e proprio prodotto commerciale. E oggi abbiamo anche alcuni esempi economici molto concreti. Nel 2026, per esempio, il Better World Fund ha pubblicizzato per il proprio evento veneziano pacchetti di sponsorship da 60.000, 84.000, 120.000 e fino a 264.000 euro, comprendenti, a seconda del livello, elementi come accesso al red carpet, auto ufficiale, hair & make-up, posti VIP, visibilità del brand sul photocall e sui canali dell’organizzazione e altre forme di esposizione mediatica. E voglio sottolinearlo ancora una volta: 264.000 euro non sono il prezzo per entrare alla Mostra del Cinema di Venezia. Sarebbe falso e scorretto affermarlo. Si tratta di un pacchetto di sponsorship relativo a un evento organizzato durante la stagione veneziana, con una serie molto ampia di benefit e opportunità di visibilità. Esistono poi formule di hospitality ancora più specifiche. Lo stesso organizzatore ha pubblicizzato, per il proprio evento veneziano, anche un Full VIP Package da 16.000 euro, con accesso a una tavola prestigiosa e, secondo la descrizione pubblicata, accesso al red carpet con la delegazione dell'organizzazione. E non riguarda soltanto Venezia. A Cannes, nel 2026, sono stati pubblicizzati pacchetti di sponsorship analoghi, sempre con livelli da 60.000 a 264.000 euro e con formule che includevano anche red carpet access, auto ufficiale, hair & make-up e visibilità del brand. C'è poi un altro esempio che trovo interessante perché riguarda direttamente il mondo degli influencer. Nel maggio 2026 una beauty influencer ha raccontato pubblicamente la propria esperienza a Cannes spiegando di aver pagato 400 euro per sette video e sette fotografie realizzati da un fotografo sul red carpet. Ha inoltre raccontato che il suo soggiorno all'Hotel Martinez era stato sponsorizzato da L'Oréal Paris. Questi esempi, presi singolarmente, non dimostrano che qualcuno abbia “comprato” la propria carriera o che tutti i presenti siano lì pagando. Dimostrano però che attorno ai grandi festival esiste un'economia della visibilità estremamente articolata, nella quale immagine, hospitality, contenuti, fotografia, comunicazione, sponsorship e accessi privilegiati possono avere un valore economico molto elevato. Ed è proprio qui che, secondo me, nasce la riflessione culturale. QUANTO COSTA OGGI SEMBRARE IMPORTANTI? E soprattutto: QUANTO DELL'INVESTIMENTO È DESTINATO ALL'OPERA, ALLA FORMAZIONE E ALLA CRESCITA ARTISTICA E QUANTO, INVECE, ALLA COSTRUZIONE DELL'IMMAGINE PUBBLICA? Perché possiamo spendere migliaia di euro per un abito, per un fotografo, per un hotel, per una macchina, per un evento esclusivo o per produrre contenuti destinati ai social. Tutto legittimo. Ma alla fine rimane una domanda alla quale il lusso non può rispondere: CHE COSA HAI CREATO? Per me questa non è una domanda economica. È una domanda culturale. Perché se investiamo 10.000 euro nella costruzione dell'immagine di un artista e 1.000 euro nella sua formazione, nella sua opera o nella sua produzione, forse dovremmo interrogarci su quale modello di cultura stiamo costruendo. Io non sono contro il glamour. Sono contro l'idea che il glamour possa diventare una certificazione di talento. Il red carpet può essere una vetrina. La fotografia può essere bellissima. L'abito può essere straordinario. La comunicazione può essere impeccabile. Ma nessuno di questi elementi, da solo, può sostituire un film, una performance, una sceneggiatura, una canzone, un'opera, un percorso professionale o anni di sacrifici. E allora la mia domanda rimane sempre la stessa: STIAMO INVESTENDO NELL'ARTE O NELL'APPARENZA DELL'ARTE? Perché sono due cose completamente diverse.
Redazione Cultura & Cinema : Quindi a Lei non piace vedere persone non appartanenti al mondo artistico, culturale e cinematografico attraversare i red carpet ed e ssere presenti a manifestazioni prestigiose come Venezia, Roma, Nastri d’Argento e David di Donatello e come anche logicamente il suo il Premio Vincenzo Crocitti International?
Francesco Fiumarella: Esattamente, e non sono l'unico a dichiararlo, ma come sempre mi faccio portavoce di professionisti del settore senza problemi, Io ho il massimo rispetto per le grandi manifestazioni cinematografiche. Venezia è storia del Cinema. La Festa del Cinema di Roma è una realtà importante. I Nastri d’Argento e i David di Donatello hanno un ruolo significativo nella valorizzazione del Cinema italiano. Il mio ragionamento non è contro queste manifestazioni. È esattamente il contrario. Proprio perché considero importanti queste realtà, penso che dobbiamo avere ancora più rispetto per ciò che rappresentano. E ciò che rappresentano dovrebbe essere innanzitutto il Cinema, l’Arte, la cultura, il lavoro e il talento. Un red carpet è una vetrina. Ma una vetrina non è una certificazione automatica che chi lo percorre sia effettivamente un Artista Professionista. Essere fotografati davanti a un simbolo del Cinema non significa automaticamente essere parte della storia del Cinema.
Redazione Cultura & Cinema: E allora qual è la domanda che si pone quando vede determinate persone attraversare un red carpet?
Francesco Fiumarella: Me ne pongo una molto semplice: quante di quelle persone hanno realmente un’opera, un percorso artistico o una professionalità da difendere? È questa, per me, la domanda centrale.Non mi interessa sapere soltanto chi è presente a un determinato evento, quante fotografie abbia pubblicato o con quale personaggio famoso sia riuscito a farsi immortalare. Mi interessa sapere che cosa abbia realmente fatto dal punto di vista artistico e professionale e quale contributo abbia dato al settore.Perché dovrei vedere, all’interno di manifestazioni cinematografiche di grande rilevanza, persone che si comportano come vere e proprie star del cinema quando, magari, il loro unico merito è essere diventate popolari sui social? Faccio un esempio molto concreto: un influencer può avere milioni di follower e una capacità comunicativa straordinaria, ma questo non lo trasforma automaticamente in un attore, in un regista o in un professionista del cinema. Allo stesso modo, un TikToker può essere estremamente seguito dal pubblico, ma la popolarità digitale non equivale automaticamente a una carriera artistica. E questo vale anche per chi ha partecipato a un reality show. La partecipazione a un reality non è una colpa e non esclude che una persona possa successivamente dimostrare un autentico talento artistico. Se, dopo quella esperienza, studia recitazione, si forma, affronta casting, gavetta, teatro, set e anni di lavoro, allora sarà il suo percorso professionale a parlare per lei. Il problema nasce quando la notorietà viene confusa con la professionalità. Negli ultimi anni ho visto svilupparsi anche un altro fenomeno che trovo particolarmente pericoloso: la costruzione, attraverso i social, di una vera e propria narrazione artificiale della propria posizione professionale. Fotografie studiate, video, pose, backstage, incontri occasionali con personaggi conosciuti e contenuti costruiti per trasmettere al pubblico l'idea di essere parte integrante di un determinato ambiente. Ma essere fotografati davanti a un red carpet non significa necessariamente aver partecipato professionalmente all'evento.
Essere accanto a un attore famoso non significa aver lavorato con quell'attore.
Entrare in una location prestigiosa non significa averne acquisito un ruolo professionale.
E avere una fotografia accanto a una celebrità non certifica certamente una carriera nel cinema. La fotografia documenta un momento. Non certifica una professionalità. E oggi abbiamo anche un ulteriore problema: l'intelligenza artificiale e la manipolazione digitale delle immagini. Oggi è tecnicamente possibile creare immagini estremamente realistiche nelle quali una persona appare accanto a una star internazionale, su un red carpet, sul set di un grande film, in un hotel di lusso o addirittura all'interno di situazioni che non sono mai realmente accadute. Questo, a mio avviso, pone una questione etica importante. Un conto è utilizzare la tecnologia per comunicare, creare arte, sperimentare o realizzare contenuti dichiaratamente virtuali. Un altro conto è utilizzare immagini artificiali per far credere al pubblico che qualcosa sia realmente accaduto quando non è mai successo. E qui, secondo me, superiamo un limite. Perché un conto è costruire la propria immagine pubblica. Un altro è costruire artificialmente uno status professionale. Se una persona pubblica un'immagine realizzata con l'intelligenza artificiale e dichiara chiaramente che si tratta di una creazione artificiale, non vedo necessariamente un problema: può essere comunicazione, satira, arte o semplice intrattenimento. Ma se quella stessa immagine viene presentata come prova di una reale partecipazione a un evento, di un incontro professionale o di una collaborazione mai avvenuta, allora il problema non è più estetico o comunicativo: diventa una questione di trasparenza e credibilità. Io continuo a credere in una distinzione molto semplice: la popolarità è una cosa, la professionalità è un'altra. Un artista dovrebbe poter essere riconosciuto per ciò che ha realizzato, per la preparazione che possiede, per i sacrifici che ha affrontato e per il valore della propria opera. Un attore dovrebbe poter parlare dei suoi film, dei suoi spettacoli, della sua formazione e dei ruoli interpretati. Un regista dovrebbe poter parlare delle proprie opere.Un musicista della propria musica. Uno sceneggiatore delle proprie sceneggiature. Un autore dei propri libri. Non delle fotografie che è riuscito a scattare accanto a qualcuno. Ed è proprio per questo che continuo a difendere la meritocrazia artistica: non perché io sia contrario agli influencer, ai TikToker o a chi proviene dai reality, ma perché ritengo che ognuno debba essere valutato per ciò che realmente sa fare. Se un influencer diventa un ottimo attore dopo essersi formato e aver dimostrato il proprio talento, sarò il primo a riconoscerlo. Se un ex concorrente di un reality dimostra di avere talento, studia, lavora e costruisce una vera carriera artistica, avrà tutto il mio rispetto. Ma se una persona possiede soltanto visibilità social e cerca di trasformarla, attraverso fotografie, storytelling e contenuti costruiti, nella rappresentazione di una carriera che professionalmente non esiste, allora io continuerò a farmi una domanda molto semplice: Dov'è l'opera? Dov'è il talento? Dov'è la professionalità? Dov'è il percorso? Perché alla fine, quando togliamo il filtro dei social, le fotografie, i follower e la narrazione costruita intorno a una persona, rimane soltanto ciò che quella persona ha realmente fatto. Ed è proprio da lì che, secondo me, dovrebbe ripartire il mondo dell'arte.
Redazione Cultura & Cinema.: Perché la preoccupa così tanto?
Francesco Fiumarella: Perché il problema non è il vestito. Non è la barca.Non è il party. Non è il lusso. Non è nemmeno il red carpet. Il problema è quando l’apparenza sostituisce l’opera. Quando il numero di fotografie diventa curriculum. Quando il follower diventa merito. Quando il PR diventa più importante del produttore. Quando l’outfit viene raccontato più del film.Quando si parla più di chi era presente che di cosa ha realizzato.E soprattutto quando un giovane artista che sta studiando, lavorando, facendo sacrifici e costruendo lentamente la propria carriera comincia a pensare che tutto questo non serva più. Che basti diventare visibile. Questo è il messaggio sbagliato che rischiamo di trasmettere.
Redazione Cultura & Cinema: E cosa direbbe proprio a quegli artisti che lavorano lontano dai riflettori e che magari si sentono invisibili?
Francesco Fiumarella: Direi loro una cosa molto precisa: NON CONFONDETE LA VOSTRA MANCANZA DI VISIBILITÀ CON UNA MANCANZA DI VALORE. Sono due cose completamente diverse. Puoi essere sconosciuto e avere talento.Puoi essere famosissimo e non avere nulla da dire.Puoi non avere il PR giusto, non avere uno sponsor, non avere milioni di follower e non essere mai stato fotografato su un red carpet. Ma se hai studiato, lavorato, fatto gavetta e hai costruito qualcosa di autentico, il tuo valore esiste anche quando nessuno lo sta fotografando.Il lavoro silenzioso non è un lavoro minore. Anzi, spesso è proprio lì che nasce il talento vero. Io preferisco mille volte scoprire un artista sconosciuto che ha qualcosa da dire piuttosto che applaudire qualcuno che ha soltanto qualcosa da mostrare.
Redazione Cultura & Cinema È questa la filosofia che porta avanti attraverso il suo impegno ormai riconosciuto da anni nel settore artistico e culturale Italiano?
Francesco Fiumarella: Esattamente. Il Premio Vincenzo Crocitti International nasce anche da questa convinzione.Io non voglio costruire personaggi.VOGLIO SCOPRIRE ARTISTI. Non voglio premiare chi sa semplicemente apparire.VOGLIO VALORIZZARE CHI SA CREARE. Non voglio che una fotografia dimostri che qualcuno era presente.VOGLIO UN’OPERA CHE DIMOSTRI PERCHÉ QUELLA PERSONA MERITAVA DI ESSERCI. Per me il compito di un Direttore Artistico è questo. Valorizzare l’Arte, non l’ego. E preferisco essere ricordato per gli artisti che ho scoperto, sostenuto e valorizzato piuttosto che per il numero di volte in cui sono comparso davanti a un photocall.
Redazione Cultura & Cinema: Quindi, Francesco, se domani il sistema dei red carpet cambiasse, lei parteciperebbe?
Francesco Fiumarella: Certamente. Io non ho una preclusione ideologica nei confronti dei festival. Se domani mi trovassi davanti a un contesto nel quale il red carpet tornasse a essere soprattutto un momento di Arte, Cultura, Cinema e professionalità, sarei il primo a partecipare con grande rispetto. Perché io non ho mai rifiutato il Cinema.Ho rifiutato determinati meccanismi che non riconosco nella mia visione professionale e impegno nellla valorizzazione di talenti che dovrebbero avere loro l'opportunità di camminare sul red carpet e non altri..Negli anni ho ricevuto inviti, ospitate e proposte e, quando non erano coerenti con il mio modo di intendere il lavoro artistico, ho scelto di dire no. E continuerò a farlo. Non perché mi ritenga superiore a qualcuno. Ma perché credo che un professionista debba anche avere la libertà di scegliere dove essere e, soprattutto, perché esserci.Vorrei vedere red carpet nei quali il centro tornasse a essere l’opera. Vorrei vedere solo attori, attrici, registi, sceneggiatori, produttori, tecnici, compositori, professionisti e veri addetti ai lavori. Vorrei vedere meno costruzione artificiale del personaggio e più costruzione reale della carriera. E soprattutto vorrei che un giovane artista, guardando quelle immagini, pensasse:“Per arrivare lì devo lavorare, studiare, migliorarmi e creare qualcosa di importante.”Non: “Per arrivare lì devo soltanto farmi vedere.” Perché questa è la differenza tra costruire una carriera e costruire un’immagine di carriera. E io, personalmente, continuerò sempre a scegliere la prima. Perché il tempo può far dimenticare una fotografia. Ma un’opera, quando è vera, può rimanere per sempre.

