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Giallo Orlandi, l'illusione della verità a tutti i costi e la necessità di una legge sugli scomparsi

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Il caso di Emanuela Orlandi solleva una questione che va ben oltre la dolorosa vicenda della cittadina vaticana. È lecito chiedersi se esista un confine oltre il quale l'ostinazione investigativa cessa di essere ricerca della verità e si trasforma in accanimento burocratico unito a un circo mediatico. Uno Stato moderno non può permettersi di inseguire fantasmi all'infinito, specialmente quando il tempo ha ormai cancellato ogni reale possibilità di giungere a una verità processuale.

Il nodo centrale risiede nella gestione delle risorse pubbliche. Indagini che durano da oltre quarant'anni – mobilitando magistrati, commissioni parlamentari, laboratori scientifici e apparati di sicurezza – comportano un costo economico e umano elevatissimo per la collettività. In un sistema giudiziario già congestionato, dove migliaia di processi rischiano la prescrizione e i reati attuali restano spesso impuniti per carenza di organico, investire fiumi di denaro pubblico per riascoltare le medesime testimonianze logorate dal tempo appare come una scelta inspiegabile.

Esiste inoltre una disparità di trattamento rispetto a migliaia di altri drammi silenziosi. L'Italia conta un registro degli scomparsi drammaticamente lungo, composto da giovani e adulti di cui non si è saputo più nulla e le cui famiglie vivono il medesimo strazio della famiglia Orlandi. Eppure, la stragrande maggioranza di questi casi viene archiviata nel giro di pochi anni, senza godere di dirette televisive, audizioni parlamentari o pool investigativi dedicati. Questa asimmetria alimenta la percezione di una giustizia a due velocità, dove la visibilità mediatica e il peso politico delle istituzioni coinvolte contano più del principio di uguaglianza tra i cittadini.

L'illusione dell'onnipotenza dello Stato si scontra con la dura realtà dei fatti. Quando un crimine risale a quasi mezzo secolo fa, i potenziali colpevoli sono spesso deceduti, i testimoni dell'epoca hanno ricordi alterati o non sono più in vita, e le prove materiali risultano irrimediabilmente deteriorate o contaminate. Pensare che nuove inchieste possano colmare i vuoti lasciati da errori investigativi compiuti nel 1983 è un errore di prospettiva. La macchina giudiziaria è un meccanismo umano, imperfetto per definizione: ammettere l'impossibilità di risolvere un mistero non è un atto di debolezza, bensì una necessaria dichiarazione di realismo e pragmatismo. 

A questo punto, c’è da chiedersi se non sia il caso di introdurre una legge che fissi un termine massimo per le indagini sui casi di scomparsa. Un limite temporale oltre il quale è impossibile riaprire indagini, a meno che non si trova la pistola fumante. Una legge avrebbe il merito di tutelare la memoria delle vittime dal sensazionalismo televisivo e, al contempo, di mettere una doverosa parola "fine" a vicende che non hanno più nulla da offrire alla giustizia. Calare il sipario su un mistero irrisolvibile non significa dimenticare il passato, ma accettare che la storia non sempre concede risposte. 

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