La scommessa della decrescita

Articolo di giornalismo partecipativo pubblicato il 14/09/2016 in Attualità da Enrico Proserpio
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Enrico Proserpio

Il nostro mondo sta andando verso la catastrofe. Si consuma impunemente più di quanto il pianeta produca, dando fondo alle scorte naturali di risorse non rinnovabili, come il petrolio o l’uranio. Nel frattempo si produce una quantità di inquinamento di parecchie volte superiore a quella che la Terra può sopportare. Le conseguenze di ciò sono davanti agli occhi di tutti: malattie, uragani, desertificazione, scioglimento dei ghiacci…

Ma non è tutto. Anche nei paesi del Nord del mondo sta avanzando il deserto. Non si tratta di un deserto fisico, ma di un deserto sociale, morale. Le persone sono sempre più circondate da un vuoto umano che gli oggetti non riescono a riempire. È sempre più evidente che “ben-avere” non è sinonimo di “ben-essere”. Cosa sta alla base del problema? Semplice: la crescita economica.

Un sistema economico basato sulla continua crescita ha bisogno di un continuo aumento dei consumi che presto si trasforma in spreco di risorse. Un simile sistema, però, non può funzionare per ragioni tanto semplici quanto ignorate: le risorse non sono infinite e, quindi, la produzione non può crescere in modo indefinito. Inoltre la crescita crea distruzione, funziona solo finché i veri costi della produzione, dei trasporti, della commercializzazione e ogni altra spesa sono scaricati sulla natura e su popolazioni povere e schiavizzate. Se le spese reali del petrolio (malattie causate dai gas di scarico, guerre sostenute per averlo ecc) fossero pagate dalle multinazionali del petrolio, la benzina costerebbe 14 dollari al gallone americano, invece che uno, negli USA.

Nonostante questo, si continua a sostenere che la soluzione al problema è la crescita. In pratica, la soluzione sarebbe uguale alla causa del problema stesso. Mah…

Perché? In parte perché chi sta al potere ha convenienza a che il sistema rimanga tale. Ridurre però l’analisi a ciò sarebbe riduttivo e fuorviante. C’è una causa più profonda: un immaginario collettivo malato. Continuiamo a pensare che avere di più e stare meglio siano sinonimi e continuiamo a perseguire una bulimia consumistica che aggrava i nostri problemi, invece che risolverli, rendendoci, di fatto, dei tossicodipendenti economici. 

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