È il 1° luglio 1983 quando Roma si sveglia sotto uno shock visivo. Tremila manifesti coprono i muri del centro storico. Su tutti campeggia lo stesso volto, quello di Emanuela Orlandi, la quindicenne svanita nel nulla il 22 giugno precedente. Se per l'opinione pubblica si tratta del gesto disperato di una famiglia che chiede aiuto ai cittadini, per la Procura di Roma dell'epoca quell'affissione di massa rappresenta un potenziale elemento di criticità , ipotizzato dagli inquirenti come un primo sbarramento in grado di inquinare le indagini e sottrarre il caso alla magistratura.
Dietro a questa operazione non c'è una macchina istituzionale, bensì la regia dello zio di Emanuela, Mario Meneguzzi, come dichiarato anche nelle ricostruzioni di Giuseppina Coali, ex cittadina del Cupolone, figlia di un ispettore della Gendarmeria Vaticana e autrice del libro Giallo Vaticano. Nel 1983, per stampare una simile quantità di manifesti una normale famiglia avrebbe dovuto sborsare quasi due milioni di lire. L'equivalente di due interi stipendi mensili di un lavoratore dell'epoca.
Meneguzzi, tuttavia, riesce ad azzerare l'ostacolo economico grazie a una risorsa strategica: la tipografia gestita da suo fratello. È proprio lì, presso “La Piramide", che tra il 28 e il 29 giugno le rotative vengono avviate a costo zero. Un dettaglio, quello dell'officina grafica, che non sfuggì agli inquirenti dell'epoca, perché è la stessa tipografia che fu oggetto di accertamenti nel 1979 per presunti legami, poi rivelatisi privi di riscontri penali, con l'estrema sinistra e l'area dell'Autonomia Operaia.
Il 30 giugno le copie sono pronte. Squadre composte da parenti e amici si dividono i quartieri di Roma. Tra loro ci sono Pietro Orlandi, Pietro Meneguzzi, figlio di Mario, e il fidanzato della sorella maggiore Natalina, Andrea Ferraris, oggi suo marito. L'affissione avviene in modalità abusiva, senza alcuna autorizzazione comunale e senza preventivo coordinamento con i magistrati che stanno lavorando al caso.
Ferraris giustificherà in seguito quella scelta come un tentativo, dettato dall'urgenza, di muoversi al di fuori dei canali istituzionali per creare un contatto diretto, inserendo sul foglio soltanto il numero di telefono fisso di casa Orlandi. In realtà , le indagini della Procura non sono affatto ferme, né tantomeno orientate sull'ipotesi di un allontanamento volontario. Il caso è nelle mani del sostituto procuratore Margherita Gerunda, la quale si muove seguendo una precisa intuizione investigativa: Emanuela Orlandi sarebbe stata adescata da un predatore locale nei pressi della scuola di musica e sarebbe rimasta vittima di una violenza sessuale.
La magistrata impone il massimo riserbo sulla vicenda, ma il clamore mediatico suscitato dai manifesti del 1° luglio finisce per vanificare questa strategia. Il manifesto descrive minuziosamente l'abbigliamento di Emanuela – i jeans, la camicetta bianca, le scarpe da ginnastica – ma omette qualsiasi riferimento al luogo della sparizione, come Corso Rinascimento o Sant'Apollinare. In compenso, riporta in primo piano il numero di telefono di casa Orlandi. Un dettaglio che, secondo le tesi degli inquirenti, accenderà la miccia della manipolazione del Giallo Orlandi.
Come sottolineato anche dal giornalista Pino Nicotri: «Se riempi una città come Roma con tremila manifesti di quel tipo, l'effetto immediato è quello di scatenare la mitomania collettiva». Da questo momento, infatti, chiunque ha a disposizione il contatto necessario per fingersi il rapitore, limitandosi a ripetere i pochi dati appresi dai muri della Capitale e quelli che verranno pubblicati sui giornali. È in questo contesto che Margherita Gerunda e la Squadra Mobile iniziano a valutare quel muro di manifesti e l'iperattività di Mario Meneguzzi con forte sospetto investigativo.
Secondo le ipotesi della Procura dell'epoca, lo zio non si sarebbe posizionato come uno scudo protettivo, bensì come un potenziale filtro tra la famiglia e gli inquirenti, con l'effetto di confondere il flusso delle informazioni. Meneguzzi esercita una forte pressione sui magistrati per accreditare la tesi del rapimento; una linea parallela che l'uomo sostiene anche a livello mediatico. È proprio lui, infatti, a dettare i primi comunicati all'agenzia ANSA, introducendo per primo la parola "sequestro" in aperto contrasto con la prudenza degli inquirenti, come documentato anche da Coali. L’impatto visivo di quei manifesti non sfugge alla Santa Sede e condiziona, con ogni probabilità , lo stesso Giovanni Paolo II che, il 3 luglio, lancia dall'Angelus il primo di sette appelli pubblici. Da quel momento la pista locale della violenza viene accantonata per fare spazio agli scenari del terrorismo internazionale, una narrazione che per molti analisti, giornalisti e magistrati fu un’operazione di disinformazione programmata da soggetti terzi per coprire una realtà diversa.
La Commissione Parlamentare d'Inchiesta adesso ha riacceso i riflettori proprio sulla scelta di pubblicare il numero fisso degli Orlandi, un errore di valutazione ammesso dallo stesso Andrea Mario Ferraris che isolò la famiglia e trasformò l'abitazione nel terminale di centinaia di chiamate da parte di sciacalli, alimentando il sospetto degli inquirenti – mai sfociato in condanne penali e sempre respinto con assoluta fermezza dai familiari della ragazza – che dietro la mobilitazione dei manifesti potesse nascondersi, fin dal principio, una regia occulta mirata a manipolare le indagini.

