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Quando la sinistra finisce per fare da stampella alla destra: il caso Ranucci e il nodo della libertà di stampa

Dal caso Ranucci alle tensioni nel centrosinistra: Angelo Maione accende il confronto e invita la sinistra a riflettere sulle divisioni che rischiano di favorire la destra.

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La riflessione di Angelo Maione apre una questione che va oltre Pachino e il singolo giornalista: può una forza progressista concentrarsi sulle divisioni interne mentre sullo sfondo si discute del rapporto tra politica, potere e informazione?



C’è una riflessione pubblicata da Angelo Maione che merita di essere portata fuori dai confini di un semplice post sui social. Non perché si debba necessariamente condividere ogni sua considerazione, ma perché pone una domanda politica che riguarda la sinistra italiana nel suo complesso.

Il punto di partenza è la vicenda che coinvolge Sigfrido Ranucci, giornalista e volto di Report, e le reazioni che questa sta provocando anche nel dibattito politico locale.

Maione prende spunto, in particolare, dalla posizione espressa dal segretario del Partito Democratico di Pachino, precisando di mantenere nei suoi confronti immutata la propria stima.

Ed è proprio da qui che nasce il cuore della sua critica.

Si può criticare Ranucci senza dimenticare la libertà di stampa

Il ragionamento è semplice: Ranucci può essere criticato.

Un giornalista non è intoccabile. Le sue affermazioni possono essere contestate, le sue ricostruzioni possono essere sottoposte a verifica e un'inchiesta giornalistica può contenere errori.

Maione, però, invita la sinistra a non fermarsi a questo livello.

Secondo la sua lettura, infatti, il problema politicamente più importante sarebbe un altro: capire se nei confronti di un giornalista d’inchiesta possano essere esercitate forme di pressione, condizionamento o ritorsione politica.

È necessario distinguere nettamente i due piani.

Difendere la libertà di un giornalista di svolgere il proprio lavoro non significa approvare automaticamente tutto ciò che quel giornalista afferma.

È lo stesso principio per cui difendere il diritto di parola di un avversario non comporta condividerne le idee.

Se un giornalista sbaglia, lo si può dimostrare.

Se pubblica informazioni inesatte, possono essere rettificate e contestate.

Se vengono superati i limiti previsti dalla legge, esistono gli strumenti dell'ordinamento.

Ma il confronto deve rimanere sul terreno delle regole democratiche.

La critica di Maione alla sinistra

È a questo punto che il post diventa soprattutto una critica politica.

Maione descrive una sinistra che troppo spesso, davanti a una controversia, sembra partire immediatamente dai distinguo: chi prende le distanze, chi contesta il proprio campo, chi minaccia di abbandonare il partito, chi stabilisce con chi sia possibile o impossibile condividere una battaglia.

Il paradosso, secondo l'autore, è che questo comportamento rischia di trasformarsi in un vantaggio per il centrodestra.

Una frase del suo intervento sintetizza efficacemente il concetto:

«Mentre la sinistra si conta le tessere, loro contano i voti.»

È una provocazione, certamente.

Ma contiene una domanda alla quale il centrosinistra dovrebbe provare a rispondere: quanto pesano le continue divisioni sulla capacità di costruire un'alternativa politica credibile?

Il precedente delle elezioni del 2022

Maione richiama anche le elezioni politiche del 2022.

Il centrodestra arrivò a quell'appuntamento con una coalizione elettorale unitaria, mentre le opposizioni si presentarono divise in diversi schieramenti.

Il risultato fu una chiara vittoria della coalizione guidata da Giorgia Meloni.

Ridurre quel risultato esclusivamente alle divisioni degli avversari sarebbe naturalmente semplicistico: entrarono in gioco programmi, leadership, consenso, sistema elettorale e numerosi altri fattori.

Tuttavia, la frammentazione delle opposizioni rappresentò indubbiamente uno degli elementi centrali del confronto politico.

Ed è proprio qui che Maione intravede un problema ancora attuale.

La sinistra ha compreso fino in fondo quella sconfitta?

Da Livorno alle divisioni di oggi

Nel post compare anche un riferimento storico particolarmente provocatorio: il Congresso di Livorno del 1921, dal quale nacque il Partito Comunista d'Italia dopo la scissione dal Partito Socialista Italiano.

Naturalmente sono epoche, partiti e condizioni storiche completamente differenti.

Il richiamo viene utilizzato come metafora di una tendenza alla divisione che ha attraversato più volte la storia della sinistra italiana.

Oggi non si tratta di riprodurre artificialmente un blocco nel quale tutti debbano pensarla allo stesso modo.

Una forza politica democratica deve discutere e deve anche saper dissentire.

Il problema nasce quando il distinguo diventa più importante dell'obiettivo politico e la battaglia interna finisce per oscurare quella con l'avversario.

La libertà di stampa non può dipendere dal giornalista

Ed è probabilmente questo il passaggio che supera maggiormente la polemica partitica.

La libertà di stampa deve essere difesa anche quando un giornalista pubblica qualcosa che non piace.

Altrimenti non sarebbe più un principio, ma una concessione.

Non dovrebbe esistere una libertà di informazione valida soltanto per i giornalisti considerati vicini alla propria area culturale o politica.

Questo vale per Ranucci come per qualsiasi altro giornalista.

Criticare un'inchiesta e difendere l'indipendenza del giornalismo sono due posizioni perfettamente compatibili.

Anzi, dovrebbero esserlo in una democrazia matura.

Una domanda anche per il PD di Pachino

La riflessione di Angelo Maione nasce da un confronto locale, ma inevitabilmente assume una dimensione nazionale.

Ed è proprio per questo che sarebbe interessante trasformare la polemica in confronto pubblico.

Non per stabilire chi sia “più di sinistra”, né per distribuire patenti politiche.

La domanda dovrebbe essere un'altra:

come può il centrosinistra costruire un'alternativa alla maggioranza di Giorgia Meloni se continua a dividersi anche sulle battaglie che storicamente dovrebbero riguardare alcuni dei suoi principi fondamentali?

Il diritto alla critica deve rimanere.

Il pluralismo deve rimanere.

Persino lo scontro politico deve rimanere.

Ma dovrebbe esistere anche la capacità di riconoscere quando una questione supera la simpatia o l'antipatia verso una persona.

Una sinistra che vuole governare deve prima decidere cosa vuole essere

Il post di Maione, in fondo, non parla soltanto di Sigfrido Ranucci.

Parla dell'identità della sinistra.

Una sinistra che voglia tornare competitiva non può limitarsi a spiegare perché gli altri abbiano torto. Deve convincere gli elettori del perché dovrebbe governare.

Deve costruire una proposta.

Deve trovare punti comuni senza cancellare le differenze.

E soprattutto deve evitare che il confronto interno diventi una macchina permanente di delegittimazione reciproca.

Perché l'opposizione può essere sconfitta dall'avversario.

Ma può anche commettere un errore politicamente ancora più grave:

sconfiggersi da sola.

Ed è qui che la provocazione di Angelo Maione diventa una domanda rivolta non soltanto al PD di Pachino, ma all'intero campo progressista:

mentre la sinistra continua a discutere su chi debba stare dentro o fuori dal proprio recinto, chi sta contando i voti?

Fonte della riflessione: post pubblico di Angelo Maione.

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