Il recepimento della normativa EPR, la Responsabilità Estesa del Produttore, nell’ordinamento italiano rappresenta un passaggio cruciale per il futuro del settore tessile e, in particolare, per il comparto del workwear. Una trasformazione strutturale che coinvolge l’intera filiera produttiva, dall’eco-design alla tracciabilità, dall’utilizzo di materiali sostenibili alla gestione del fine vita dei capi, e che impone alle imprese nuovi obblighi ambientali, organizzativi ed economici. È quanto emerso nel corso dell’incontro “Tessile e sostenibilità. Le novità del decreto EPR”, svoltosi alla Sala della Regina della Camera dei Deputati, promosso dall’Intergruppo parlamentare per la conservazione della sartoria tradizionale italiana.Dopo i saluti istituzionali del presidente della Camera, Lorenzo Fontana, e del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, i lavori sono stati aperti dall’onorevole Domenico Furgiuele, presidente dell’Intergruppo.Sono intervenuti Paul De Cecco, amministratore delegato di Confezioni Mario De Cecco S.p.A.; Fabrizio Mentrasti, country manager Italia di Portwest; Silvana Pezzoli, vicepresidente di Sitip Technical Textiles S.p.A. e vicepresidente vicario di Confindustria Moda; Giuseppe Crippa, amministratore delegato di Klopman International S.r.l.; Andrea Di Filippo, amministratore delegato di Hygraner S.r.l.; e Mauro Chezzi, vice direttore di Confindustria Moda e referente associativo di Retex.Green, Consorzio per l’EPR tessile.Dal confronto è emersa una posizione condivisa: la transizione verso l’EPR rappresenta un’opportunità strategica per rafforzare sostenibilità, innovazione e qualità del sistema produttivo italiano, ma deve essere accompagnata da misure concrete a sostegno delle imprese. L’adeguamento ai nuovi standard comporta infatti costi significativi legati alla revisione dei processi produttivi, all’approvvigionamento di materie prime sostenibili, alle certificazioni ambientali, ai sistemi di tracciabilità e all’organizzazione dei servizi di raccolta, riuso e riciclo.Particolare attenzione è stata posta al comparto workwear, dove le criticità risultano amplificate dalla forte presenza di gare pubbliche e commesse B2B nelle quali il prezzo resta spesso il principale criterio di aggiudicazione. A questo si aggiunge la crescente concorrenza di prodotti provenienti da Paesi extra-Ue, realizzati talvolta con standard ambientali meno stringenti. In assenza di strumenti adeguati, è stato sottolineato, il rischio è quello di penalizzare la competitività delle imprese italiane e favorire fenomeni di delocalizzazione.Le imprese hanno presentato proposte articolate su due livelli. Sul piano regolamentare, è stata chiesta una maggiore prevenzione sull’uso di sostanze pericolose, l’introduzione di criteri obbligatori di sostenibilità nelle gare pubbliche e private e la definizione di un quadro normativo chiaro sul regime di “end of waste” nel tessile. Sul piano economico, sono stati indicati contributi a compensazione degli investimenti in certificazioni ambientali e tracciabilità, oltre ad agevolazioni fiscali per i prodotti provenienti da filiere sostenibili, come l’ipotesi di un’Iva ridotta. Tra le richieste emerse anche il rifinanziamento e l’ampliamento di strumenti già esistenti, come la misura “Investimenti nella filiera delle fibre tessili naturali e della concia”, introdotta nel 2025 dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e considerata dal settore efficace e strategica.Un ulteriore nodo riguarda l’applicazione dell’EPR ai dispositivi di protezione individuale, che rispondono a specifiche esigenze di sicurezza dei lavoratori e richiedono, secondo le imprese, un inquadramento normativo dedicato. Al tavolo istituzionale hanno preso parte numerosi parlamentari tra i quali la viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Vannia Gava.Il messaggio finale rivolto alle istituzioni è la necessità di avviare un confronto strutturato per definire un quadro normativo equilibrato, capace di coniugare sostenibilità ambientale ed economica e di tutelare un comparto strategico per la tenuta industriale e occupazionale del Paese.

