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Caso Orlandi: i nuovi dubbi di Pino Nicotri su Mario Meneguzzi

Il giornalista d'inchiesta ha fornito in Commissione Bicamerale d'Inchiesta nuovi elementi a favore della pista

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Mario Meneguzzi, zio di Emanuela Orlandi, finito nel mirino della Procura di Roma come probabile colpevole della scomparsa della nipote, è tornato in primo piano dopo che il giornalista Pino Nicotri, giovedì 29 gennaio, ha fornito alla Commissione Bicamerale d’Inchiesta nuovi elementi a sostegno della “pista amicale-parentale".

Nicotri ha dichiarato che Mario Meneguzzi, dipendente del Parlamento, staccava dal lavoro alle sette di sera, la stessa ora in cui Emanuela usciva dalla scuola di musica, il Tommaso Ludovico da Vittoria, situato a Piazza Sant’Apollinare di Roma. Fin qui tutto normale, se non fosse che lo stesso Nicotri ha aggiunto che l’uomo, di solito, tornava a casa passando per Corso Vittorio Emanuele II, strada situata a pochi passi dalla scuola dove a volte gli capitava di incrociare la nipote e di darle un passaggio.

Questo coinciderebbe con la testimonianza di una ex compagna di Emanuela Orlandi la quale ha affermato-ma questo è tutto da verificare-che la sua amica di solito non tornava a casa con i mezzi pubblici, perché spesso veniva prelevata dallo zio dopo essersi fermata sul Corso Vittorio Emanuele II. E che Meneguzzi, il 22 giugno 1983, giorno della scomparsa di Emanuela Orlandi, potesse trovarsi a Roma e non a Torano e possa aver prelevato la nipote, sarebbe provato dalla forte somiglianza notata tra il volto di Mario Meneguzzi e l’identikit tracciato da un vigile urbano, Alfredo Sambuco, il quale disse di aver visto la sera della scomparsa Emanuela Orlandi a colloquio con un uomo maturo. 

Nicotri si è poi lamentato delle modalità in cui sono state eseguite le indagini a suo tempo. Indagini che la pm Margherita Gerunda stava indirizzando proprio nel filone dei parenti e delle amicizie della cittadina vaticana, prima di essere sollevata dall’incarico dopo nemmeno un mese per mettersi a correre dietro alla pista del rapimento terroristico che si è rivelata essere una colossale montatura. "L'alibi dello zio non è mai stato verificato, perché non sono mai state ascoltate la moglie, la figlia e la cognata: potrebbe anche trattarsi di un falso alibi", ha ipotizzato Pino Nicotri.

Il dettaglio che confermerebbe questa intuizione si evidenzia dallo strano comportamento di Ercole Orlandi, padre di Emanuela, che la sera del 22 giugno 1983, prima ancora di uscire per cercare la figlia, telefonò a Mario Meneguzzi nella sua casa di Roma tra le nove e le dieci di sera, ma trovò solo il figlio Pietro il quale disse che il padre si trovava a Torano. Ciò che non torna è che il papà di Emanuela riuscì a rintracciare il cognato a Torano solo a mezzanotte, cinque ore dopo la sparizione della figlia, e lo chiamò non per avvisare che Emanuela non era tornata a casa e ricevere un aiuto, come ha riferito Pietro Orlandi, ma per chiedergli se avesse visto la figlia e dove potesse essere. Ma come poteva Mario Meneguzzi avere informazioni su Emanuela se non la portava a casa a volte dopo la scuola? 

Naturalmente, non è tardata ad arrivare la reazione di Pietro Orlandi che ha difeso lo zio Mario per l’ennesima prova, sostenendo che l’uomo si trovava a Torano, anche se nei fatti pratici nemmeno lui ha potuto mai provarlo. "È tutto molto molto imbarazzante – ha dichiarato in un post condiviso sui suoi canali social – Ho capito ormai che Emanuela devo cercarla da solo e la Verità, quella verità che nessuno sembra volere o cercare, la tirerò fuori, se lo mettano tutti bene in testa".

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