C’è un’immagine che più di ogni altra descrive l’anomalia del caso di Gianni Alemanno: quella di un uomo che esce a testa alta dal processo più mediatico degli ultimi decenni, l'inchiesta "Mafia Capitale", per poi ritrovarsi un anno fa a varcare la soglia di Rebibbia per una condanna legata al traffico di influenze. Un paradosso giuridico che lascia interdetti: assolto dall'accusa di associazione mafiosa — il marchio d'infamia che avrebbe dovuto distruggerlo — ma punito con il carcere per reati minori e violazioni di prescrizioni che molti, a partire da Francesco Storace (ex Ministro della Salute nel Governo Berlusconi III ed ex Presidente della Regione Lazio), non esitano a definire "politiche".
Il peso di un'assoluzione mancata
La riflessione di Storace tocca un nervo scoperto della nostra giustizia. Per anni, Alemanno è stato il volto del "male assoluto" in Campidoglio, dipinto come il vertice di un sistema criminale che, alla prova dei fatti, non esisteva. Una volta caduto il castello di carte dell'accusa mafiosa, la magistratura non sembra aver mollato la presa, concentrandosi su quelle "influenze" e su quei comizi considerati violazioni dei servizi sociali. È difficile non vedere in questo iter un eccesso di severità , se non un vero e proprio accanimento. Come sottolinea Storace, le restrizioni non venivano violate per svago, ma per esercitare una passione politica che per Alemanno è ragione di vita. Trasformare la militanza in una colpa da espiare in una cella di pochi metri quadrati appare come una forzatura che mal si concilia con il principio di proporzionalità della pena.
La grazia negata e lo schiaffo della disparitÃ
Il punto più critico sollevato da Storace riguarda la disparità di trattamento che emerge dal confronto con altri provvedimenti recenti. Mentre per Gianni Alemanno le porte del carcere sono rimaste sbarrate, il Quirinale ha concesso la grazia a un ex scafista. È un contrasto che stride: com’è possibile che un ex Ministro della Repubblica e Sindaco della Capitale, che ha servito le istituzioni e sta espiando la pena con esemplare dignità , non sia stato destinatario nemmeno di un provvedimento motu proprio dal Capo dello Stato? Storace ha ragione nel denunciare questo squilibrio. La clemenza non può essere un atto selettivo o, peggio, condizionato dal timore di scontentare quella "cultura dominante" che vede nella destra sociale un nemico da non riabilitare mai del tutto. Se si ha il coraggio di perdonare chi ha violato i confini dello Stato, si dovrebbe avere la stessa onestà intellettuale verso chi ha dedicato la vita alla militanza politica.
Le riflessioni di Francesco Storace non sono solo il grido di un amico leale, ma rappresentano un’analisi lucida e corretta di una vicenda che puzza di pregiudizio. Non si può ignorare il sospetto che Alemanno stia pagando non tanto per i reati ascritti, quanto per la sua storia e per la sua identità mai rinnegata. Gianni Alemanno sta affrontando la detenzione con una dignità d'altri tempi, senza cercare scorciatoie verbali o pietismi. Tuttavia, la sua permanenza in carcere appare oggi come una forzatura non più accettabile.
Sposo pienamente l'appello di Storace: è tempo che questa vicenda si chiuda. L'auspicio è che l'ex sindaco possa riacquistare la libertà ben prima di giugno, ponendo fine a un calvario che somiglia troppo a una punizione politica e troppo poco a un atto di giustizia equilibrata.

