In un Occidente smarrito nei meandri di un relativismo che ha anestetizzato le coscienze, il dibattito sulla vita nascente non è più solo una questione di etica privata, ma di sopravvivenza civile. Ci troviamo oggi immersi in quello che Benedetto XVI definì profeticamente come una vera e propria “dittatura del relativismo”: un sistema che non riconosce nulla come definitivo e lascia come ultima misura solo il proprio “io” e le sue voglie. Sotto l'apparenza della libertà, questa dittatura impone un pensiero unico che scarta sistematicamente ciò che non è funzionale o produttivo.
In questo scenario, l’autodeterminazione, elevata a unico dogma assoluto, sta portando la società verso una paradossale "legge del più forte", dove il diritto del singolo finisce per cancellare l'esistenza dell'altro. È proprio per scuotere questo torpore morale che si inserisce la sfida di Monsignor Antonio Suetta: il rintocco quotidiano della “campana dei bambini mai nati” a Sanremo. Se l'unico valore sacro resta l'arbitrio individuale, il diritto del più forte prevale inevitabilmente sulla vita di chi non può ancora parlare né difendersi; la campana, dunque, rompe il silenzio imposto da questo anestetico sociale.
Pasolini e il dramma demografico: la vira come bene comune
Per difendere questo segno dalle accuse di “colpevolizzazione”, occorre riscoprire la lezione di Pier Paolo Pasolini. Il poeta bolognese vedeva nell'aborto il trionfo del consumismo: una società che scarta i propri figli è una società che ha smesso di investire sul futuro. Pasolini fondava la sua opposizione sulla realtà: “So che là io ero esistente”. Egli comprendeva che la soppressione della vita nascente non era una conquista, ma un impoverimento della comunità.
Oggi, questa riflessione si scontra con la realtà brutale dell'inverno demografico italiano. L'Italia affronta una crisi di nascite senza precedenti, un declino che non è solo economico, ma culturale. Ogni aborto, in questo contesto, rappresenta una sconfitta per una nazione che non sa più offrire speranza e accoglienza. La campana di Sanremo non punta il dito, ma richiama l'attenzione su un'assenza collettiva: ogni vita non nata è un pezzo di futuro che viene meno alla nostra società.
La sfida della testimonianza e il dovere della politica
Le critiche che vorrebbero silenziare il Vescovo invocano una laicità intesa come indifferenza. Ma dire che l'aborto è un dramma è un atto di onestà intellettuale necessario per affrontare la crisi demografica. Non bastano i bonus economici se non si ricostruisce una “sacralità” della vita. La misericordia richiamata dal rintocco di Sanremo presuppone il riconoscimento di una ferita: senza consapevolezza del valore della vita dal primo istante, nessuna politica di natalità potrà mai avere successo.
La sfida oggi è passare dall'apatia del relativismo al coraggio della testimonianza. Figure come l'attivista americano Charlie Kirk dimostrano che è possibile sfidare i dogmi della cultura dominante con la sola forza della logica e della ribellione intellettuale, rifiutando di considerare l'aborto un segno di "progresso". C’è bisogno di giovani e di una società civile che abbiano il fegato di chiamare le cose con il loro nome, ma questo slancio deve trovare una sponda necessaria nelle istituzioni. Questa battaglia deve interrogare direttamente la politica, in particolare quei partiti che si dicono ancorati ai valori conservatori e popolari dichiarandosi "partiti di centro". Tali forze si trovano oggi di fronte a un bivio storico: continuare a rincorrere la narrazione dei "nuovi diritti" individualistici per timore di apparire anacronistici, o avere il coraggio di denunciare il relativismo come la vera radice del declino sociale. Non basta definirsi "moderati" se si accetta passivamente l'idea che la vita sia un bene disponibile; una politica davvero al servizio della persona deve contrastare la deriva che, in nome di una falsa libertà, promuove la cultura dello scarto. I partiti di ispirazione popolare hanno il dovere di trasformare la testimonianza di Suetta in una visione politica concreta, ricordando che difendere la vita nascente è la precondizione per la sopravvivenza di ogni civiltà. Affermare che la vita non è un oggetto di consumo è l'unico modo per invertire la rotta e permettere all'Italia di tornare, finalmente, a nascere.

