Celebrata ogni anno il 28 luglio, la Giornata Mondiale per la Conservazione della Natura riconosce che un ambiente sano è la base per una società stabile e produttiva, soprattutto per garantire il benessere delle generazioni presenti e future. In questo contesto, la Land Art, una forma d'arte che utilizza direttamente gli elementi del paesaggio naturale come materia creativa, assume un ruolo significativo non solo come espressione estetica, ma anche come atto di sensibilizzazione ecologica. Nata negli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta, la Land Art (o Earth Art) è una corrente artistica che ha trasformato il paesaggio in linguaggio, lo spazio aperto in galleria e la natura in co-autrice dell’opera. Un'arte ambientale che va oltre il gesto estetico, interrogando l’uomo sul suo ruolo nel mondo e sul legame con la Terra. La Land Art nasce come reazione al sistema dell’arte commerciale e alle costrizioni museali. Gli artisti desideravano un’arte libera, immensa, capace di fondersi con la vastità del paesaggio. Il deserto americano fu il laboratorio ideale per i primi esperimenti. Robert Smithson, pioniere del movimento, realizzò nel 1970 la celebre "Spiral Jetty", una spirale gigantesca costruita con rocce nere e fango nel Great Salt Lake, Utah. Un'opera in simbiosi con gli elementi, destinata a mutare nel tempo. Michael Heizer scavò trincee e solchi nella terra con "Double Negative" (1969), mentre Walter De Maria posizionò 400 aste metalliche in mezzo al deserto del New Mexico in "The Lightning Field" (1977), per catturare e valorizzare i fenomeni atmosferici. Nancy Holt, compagna di Smithson, creò invece "Sun Tunnels": quattro enormi cilindri di cemento orientati con precisione astronomica nel deserto, pensati per incorniciare il sole durante i solstizi. Richard Long, inglese, ha dato un contributo fondamentale con opere più silenziose e poetiche, come "A Line Made by Walking" (1967), una semplice traccia lasciata nel prato. Le sue camminate sono gesti artistici in sé, registrazioni di un rapporto intimo e rispettoso con la natura. Andy Goldsworthy, scozzese, è forse il massimo esponente di una Land Art effimera e meditativa. Le sue installazioni temporanee, fatte di foglie, neve, pietre o rami, sono pensate per essere distrutte dal tempo. Le fotografie sono l’unica testimonianza della loro esistenza. Anche in Italia la Land Art ha trovato terreno fertile, specialmente in dialogo con il paesaggio rurale, le montagne e i borghi storici. Spesso meno spettacolare rispetto a quella americana, la Land Art italiana si caratterizza per un approccio più lirico, intimo e legato alla storia del territorio. Uno dei nomi più rilevanti è Giovanni Anselmo, esponente dell’Arte Povera, che nei suoi lavori ha spesso integrato materiali naturali come pietre, muschio e terra, riflettendo sulla transitorietà e la forza delle forze naturali. L'opera "Torsione" (1968), ad esempio, prevede una pietra legata con una corda a un angolo della stanza: è la tensione della materia stessa a definire l'opera. Mario Merz, altro protagonista dell’Arte Povera, ha utilizzato l’igloo come forma archetipica, spesso costruendolo con pietre, rami e materiali organici. Le sue installazioni dialogano profondamente con il paesaggio, pur rimanendo autonome nel loro linguaggio simbolico.
Negli anni Duemila, artisti come Giuliano Mauri hanno portato avanti un’idea di Land Art architettonica. Celebre la sua "Cattedrale Vegetale" di Arte Sella, in Trentino: una struttura di colonne intrecciate con rami di castagno, all’interno delle quali crescono veri alberi, destinati a sostituire gradualmente la struttura artificiale. Nel parco d’arte contemporanea Arte Sella, sono transitati negli anni numerosi artisti internazionali, tra cui Nils-Udo (Germania), Patrick Dougherty (USA) e Cornelia Konrads (Germania), che hanno creato installazioni site-specific immerse nei boschi. Un altro esempio notevole è il Cretto di Gibellina di Alberto Burri, una delle più monumentali opere di Land Art al mondo: una colata di cemento bianco che ricopre le rovine del paese distrutto dal terremoto del Belice nel 1968, trasformando una ferita in memoria e opera d’arte. Oltre ai grandi nomi, esiste oggi una generazione di artisti italiani che esplora nuove forme di Land Art, spesso con un approccio ecologico o relazionale: Elena Mazzi lavora sull’interazione tra territorio, comunità e risorse naturali. Francesco Arena esplora la geografia come contenitore di memoria e storia. Massimo Bartolini, con interventi minimali, gioca con l’ambiente e la percezione. Marinella Senatore, anche se non propriamente land artist, ha lavorato su progetti collettivi che si espandono nello spazio urbano e rurale. Anche Michelangelo Pistoletto, pur noto per altri linguaggi, ha contribuito con il progetto “Terzo Paradiso”, simbolo della riunificazione tra natura e artificio, spesso declinato in grandi installazioni all’aperto. Oggi la Land Art continua a ispirare artisti e curatori in tutto il mondo. Festival, parchi e residenze artistiche dedicati a questo linguaggio si moltiplicano: dal Fiumara d’Arte in Sicilia al Sentiero d’Arte dell’Alta Valtellina, dall’Ecovillaggio Torri Superiore in Liguria fino ai percorsi d’arte del Monte Verità in Svizzera, la natura diventa sempre più uno spazio da vivere attraverso l’arte. In un’epoca segnata dall’emergenza climatica, la Land Art ci interroga con forza. È un’arte che parla attraverso il silenzio, che invita all’ascolto, alla cura, alla lentezza. Un’arte che non cerca di dominare il paesaggio, ma di abitarlo poeticamente. Nota descrittiva del Prof. Mario Carchini, docente dell' Accademia Statale di Belle Arti di Carrara.

