NON C'E' PIÙ UN TEMPO PER VIVERE (A. CAMILLERI)
Non c’è più un tempo per nascere un tempo per morire
si nasce e si muore nello stesso momento infinite morti
ci assediano è l’ora che ognuno raccolga
in sé la morte degli altri il frumento assiderato
dal gelo il topo che si dibatte nella gabbia
il marito che piange la moglie infedele. E l’ora
di cogliere il dolore degli altri in una mano
e portarsela in fronte a stamparvi croci e croci in rosso
udire il nostro grido nella bocca dell’uomo
che ci passa accanto per caso è l’ora di aprire
tutte le finestre tutte le porte abbattere i muri se occorre
per poterci guardare negli occhi trovare una parola
nuova che non sia preghiera ma urlo.
È l’ora che dalla morte nasca la vita
(1958)
Da uno scrittore straordinario come Andrea Camilleri non si può che aspettarsi cose straordinarie e, all'occorrenza, straordinarie sorprese. E' il caso di un libricino impolverato trovato nella sua mastodontica biblioteca, datato 1958. Camilleri aveva solo trentanni all'epoca. La poesia di oggi è un esempio della poliedricità dello scrittore.
Dato che si parla di Camilleri, qualcuno si sarebbe aspettato una poesia nella folkloristica poetica siciliana, quella che lo scrittore ha adattato in modo da renderla comprensibile da Milano a Cosenza. E invece no: "Non c'è più un tempo per vivere" scritta in italiano, un italiano senza fronzoli, quasi parlato.
"Non c'è un tempo per nascere un tempo per morire". Quasi un anatema, una sentenza. La cosa che salta all'occhio al lettore attento è la quasi assenza di punteggiatura. Troviamo solo due punti: uno al sesto verso e uno al penultimo, che non sanciscono in alcun modo la divisione in strofe.
La lirica scorre tutta d'un fiato, con enjambement continui che spezzano le frasi violentemente e destabilizzano. Sicuramente la sensazione maggiore di smarrimento la si trova al terzo verso, in quel "ci assediano / è l'ora...", in cui la mancanza di un fermo di punteggiatura sconvolge il ritmo della poesia, costringendoci a tornare indietro e cambiare intonazione.
La spiegazione di questo stile disperato è da ricercarsi nel significato della poesia stessa. "Si nasce e si muore nello stesso momento infinite morti" ci spiega nel secondo verso, e non bisogna sentire questa morte come qualcosa di esclusivo.
Lo scrittore procede ad elencare situazioni diverse di quotidiana disperazione comuni non solo all'esperienza umana, ma all'esperienza di vita, in qualsiasi forma si manifesti. "Il frumento assiderato dal gelo il topo che si dibatte nella gabbia il marito che piange la moglie infedele". Non importa la gravità del dolore, perché il risultato è sempre lo stesso: uno straziante annientamento; è giunto il tempo che ognuno lo riconosca, "l'ora che ognuno raccolga in sé la morte degli altri".
Questo concetto viene ribadito due volte, perché è il fulcro della poesia. Nell'immagine fortissima di "cogliere il dolore degli altri in una mano e portarsela in fronte a stamparvi croci e croci in rosso" si legge la disperazione di Camilleri, quasi confuso dall'indifferenza, da come non si riesca ad "udire il nostro grido nella bocca dell’uomo che ci passa accanto per caso". Anche in questo verso si avverte una profonda solitudine, la mancanza di comunione nel dolore, l'incredula incapacità umana di nascondersi nella propria morte e sofferenza con vergogna.
In un'immagine di confusione quasi bellica, il poeta parla di aprire porte e finestre e "abbattere i muri se occorre" per poter finalmente condividere il dolore, che non deve essere una preghiera (sterile e ipocrita tentativo di conforto), ma un urlo. Perché basterebbe sapere che nel dolore siamo tutti uguali per rinascere, per sentire di nuovo la vita.
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