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H.P. Lovecraft e la paura

"Il sentimento più forte e più antico dell'animo umano è la paura"

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"Il sentimento più forte e più antico dell'animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell'ignoto"

Una città di sera, dopo la pioggia. La strada è bagnata da pozzanghere scivolose, i ciottoli lucidi riflettono la luce dei lampioni che, tenue, filtra attraverso la nebbia. Si distinguono i profili dei palazzi, ma nulla di più: il cielo è ancora plumbeo, forse pioverà di nuovo.

Poi, senza preavviso, si accende una luce nel cielo. E' rossa e pulsa tra le nubi. La strada, la nebbia, i lampioni: tutto si tinge di rosso. Con la testa all'insù, i testimoni guardano e aspettano. Un sentimento alberga: paura.

Quando le nubi si diradano, il rosso accieca. Passa un po' di tempo prima che chi guarda riesce a vedere di nuovo e, rialzata la testa, eccolo là: ad emettere la luce è una sfera che sovrasta la città, lì nel cielo. La luce scompare per qualche secondo sotto un'enorme palpebra, e torna a pulsare. L'unica cosa a cui i testimoni pensano adesso, è l'enormità della creatura a cui l'occhio appartiene.

Nel nostro vocabolario, una situazione del genere verrebbe definita "lovecraftiana". Il termine deriva dall'autore che, a inizio Novecento, ha rivoluzionato il mondo dell'horror con una tale meticolosità da creare un genere tutto suo: il cosmicismo.

Nato a Providence, Lovecraft fu da subito un bambino solitario. La sua vita fu segnata da lutti che lo costrinsero a vivere con una madre ossessiva e iperprotettiva, che non gli permetteva di uscire e di avere una vita sociale. Fu così che Haward sviluppò un'anima schiva e spaventata, che trovava pace solo quando leggeva.

La solitudine soverchiante costrinse il ragazzo a chiudersi in un mondo tutto suo: si ritrovò già a sei anni a scrivere racconti macabri su mostri e creature, ispirato da miti e leggende classiche.

E' sbagliato però pensare a Lovecraft come un asociale o un misantropo. A testimonianza di ciò c'è l'infinità di lettere che scriveva agli amici, in cui si intratteneva in ragionamenti filosofici, morali e letterari. 

E' più probabile che lo scrittore fosse spaventato. Le ansie della madre hanno cresciuto un uomo che mai è uscito dalla sua Providence, e che ha fatto della paura la base della sua produzione letteraria.

Paura allo stato puro. Lovecraft aveva ragione nel definirla il sentimento primario dell'essere umano: senza paura non ci sarebbe stata evoluzione, non avremmo avuto motivo di proteggerci dai predatori, non ci sarebbe stato motivo di costruire la civiltà

Nell'opera di Lovecraft, però, l'orrore non è umano come in Poe, e non è sovrannaturale come per Shelley o Stocker. E' cosmico, ignoto per definizione. Soverchiante e incomprensibile.

Le opere di Lovecraft spazzano via qualsiasi speranza non solo di vittoria, ma anche di sopravvivenza. Se la paura è ignoto, allora solo la conoscenza potrebbe aiutare i protagonisti a non averne. La ricerca eroica del sapere si rivela spesso infruttuosa per i personaggi, e quando invece viene rivelata, la verità è così orribile che è impossibile per la mente umana sostenerla: così sopraggiunge la pazzia. Alcuni critici pensano che questa caratteristica della letteratura lovecraftiana sottintenda l'enorme disprezzo dello scrittore verso il mondo che lo circonda, e che lo ha spinto a cercare sollievo in una immaginazione macabra e senza speranza, dove i protagonisti stessi risultano odiosi nel loro eroicismo. La verità è che nel momento in cui il terrore cosmico si presenta, non c'è più nulla da fare. Gli affanni dei protagonisti sono solo una chimera, un girotondo che conduce al destino inevitabile della morte. O peggio.

“Sono talmente stanco dell'umanità e del mondo che nulla suscita la mia attenzione se non comporta almeno due omicidi a pagina, o se non tratta di innominabili orrori provenienti da altri spazi” [H.P. Lovecraft]

Sì, l'orrore è sconosciuto perché viene dallo spazio e perché è archetipicamente diverso da noi. Ma Lovecraft è spaventato dal diverso, tant'è che per lui chiunque non sia come lui è da guardare con sospetto. Nella sua antologia, le donne sono spesso meschine e calcolatrici, madri indegne che danno alla luce mutanti orribili. 

Era anche anche il periodo della nascita dell'ideologia razzista, e Lovecraft vi aderì. Si spinge talmente oltre nel descrivere le etnie non caucasiche come mostruose e detentrici delle più terribili bassezze che i suoi scritti a riguardo sembrano quasi scimmiottamenti del pensiero dell'epoca. Ma erano gli anni '20, e le idee sulla superiorità della razza erano incredibilmente di moda e balzanamente strampalate.

Quando Mary Bissey Shelly scrisse Frankeistein, trattò il tema del diverso con l'intenzione di far simpatizzare con il mostro. Ci parlava dei sentimenti, dei sogni e delle speranze della creatura. Quando il mostro muore, il lettore piange.

Invece, dei mostri di Lovecraft non si sa niente: né da dove vengono, né cosa pensano. Sono solo cattivi, insensibili e completamente disinteressati all'esperienza umana. Sono una punizione globale per i crimini di tutti, poiché tutti gli esseri umani hanno fatto qualcosa di aberrante per cui meritano la fine. 

Chthulhu, Yog-Sothoth, il "colore venuto dallo spazio": questi e molti altri sono i nomi che Lovecraft da' alla sua paura, enorme, inconfessabile e imbattibile. 

Per tutta la vita Lovecraft è stato un bambino spaventato e sospettoso nel corpo di uno scrittore. Se alla fine sia riuscito ad esorcizzare le sue paure con la scrittura, non lo sapremo mai.

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