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Un trittico di spettacoli tra Storia e storie: Alessandro Leogrande - Aldo Cazzullo/Moni Ovadia - Mario Moretti

Teatro India | dal 25 al 30 ottobre 2022

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STORIA E STORIE AL PRESENTE SUL PALCO DEL TEATRO INDIA

CON LA FORZA DELLA PAROLA E DELLA VERITÀ

IN UN TRITTICO DI SPETTACOLI:

 

Alessandro. Un canto per la vita e le opere di Alessandro Leogrande di Koreja | 25 e 26 ottobre

Il duce delinquente con Aldo Cazzullo e Moni Ovadia | 28 ottobre

LOVE’S KAMIKAZE di Mario Moretti | 29 e 30 ottobre

 

Sul palcoscenico del Teatro India, dal 25 al 30 ottobre, si inanella un trittico di spettacoli dedicati a personaggi, fatti ed episodi della memoria civile, presente e passata, per condividere con il pubblico un percorso di conoscenza e narrazione di alcune pagine controverse, rimosse e ancora irrisolte della Storia e del nostro tempo.

Tre esperienze teatrali legate tra loro da un filone culturale, civile e spettacolare, attraverso la potenza della parola che, alla ricerca della verità, rintraccia sotto piccole e grandi vicende umane l’attualità, l’ideologia e la testimonianza storica, ma anche il lavoro e il talento di uomini impegnati nelle battaglie sociali e nella difesa dei diritti universali.

 

Si inizia con Alessandro. Un canto per la vita e le opere di Alessandro Leogrande (25 e 26 ottobre), uno spettacolo di Koreja, con drammaturgia di Fabrizio Saccomanno e Gianluigi Gherzi, dedicato allo scrittore e giornalista tarantino quale omaggio anche all’intellettuale e all’uomo, attento osservatore e sensibile narratore delle condizioni dei più deboli, immigrati e profughi, contadini e lavoratori sfruttati, con uno sguardo profondo sugli ultimi della Terra. Sul palco lo stesso Saccomanno, anche regista della pièce, insieme a Barbara Petti, Emanuela Pisicchio, Maria Rosaria Ponzetta e Andjelka Vulic per raccontare la vita, le imprese, le opere di una straordinaria personalità del nostro patrimonio civile: un giovane che sceglie di tenere gli occhi aperti sulla realtà che lo circonda, di dedicare la propria vita a quello che rimane nascosto nei luoghi più terribili, d’impegnarsi a smontare gli stereotipi e le frasi fatte con cui allontaniamo i drammi che percorrono il nostro presente, di stare sempre e comunque dalla parte degli ultimi. «Alessandro è Taranto. Alessandro è viaggio nei ghetti dei migranti, persi nelle campagne. È viaggio infaticabile nei luoghi delle frontiere e dei muri. Alessandro è meraviglia di fronte a un quadro. È pratica altissima di una “pietas” dello sguardo – come si legge nelle note di regia – Alessandro è un compagno di viaggio in questi tempi difficili, una fonte inesauribile d’ispirazione. Alessandro è teatro pulsante, dove memoria, presente e utopia non sopportano mai, come in tutta la sua opera, di essere separati».

 

Si prosegue con una storia a due voci, Il duce delinquente (28 ottobre), con Aldo Cazzullo che racconta, e Moni Ovadia che legge i testi di Benito Mussolini e delle sue vittime, con l’accompagnamento musicale dal vivo di Giovanna Famulari, per un viaggio nei crimini e tradimenti di un uomo di potere che ha segnato tanto profondamente l’Italia. Una ricostruzione storica, a cent’anni dalla marcia su Roma, che lascia parlare i fatti e chi li ha vissuti per comprendere la condanna del fascismo e la violenza del regime. Tra narrazione, cronaca e documenti dell’epoca si compone un ritratto del DUCE, scardinandone il profilo di abile statista almeno fino al 1938, quando le leggi raziali e l’alleanza con Hitler ne decretano il declino, rivelandone la natura violenta e bellicosa del fascismo. «Alla fine capiremo perché dobbiamo vergognarci del fascismo. Ed essere orgogliosi dei resistenti che l'hanno combattuto – come da note di regia – La maggioranza degli italiani pensa che Mussolini fino al 1938 le abbia azzeccate quasi tutte, fino all'"errore" dell'alleanza con Hitler, delle leggi razziali, della guerra. Dimostreremo che non è così. Prima del 1938, Mussolini aveva provocato la morte di Gobetti, Gramsci, Matteotti, Amendola, dei fratelli Rosselli e di don Minzoni. Aveva fatto morire in manicomio il proprio stesso figlio, e la donna che aveva amato. Aveva preso e mantenuto il potere nel sangue, perseguitando oppositori e omosessuali, imponendo un clima plumbeo e conformista. Aveva chiuso i libici in campo di concentramento, gasato gli abissini, bombardato gli spagnoli. Si era dimostrato uomo narcisista e cattivo. La guerra non è un impazzimento; è lo sbocco naturale del fascismo. E aver mandato i soldati italiani a morire senza equipaggiamento in Russia, nel deserto, in Albania è stato un altro crimine, contro il suo stesso popolo. E ancora devono arrivare gli orrori della guerra civile. E del neofascismo delle bombe sui treni, nelle banche, in piazza».

 

A chiudere un affaccio nel conflitto arabo-israeliano – che continua a separa due popoli allontanandoli sempre più dalla pacificazione – attraverso una delle drammaturgie più politiche di Mario Moretti, Love’s kamikaze (29 e 30 ottobre), che racconta la straziante storia d’amore tra un’israeliana e un palestinese a Tel Aviv, “risucchiati” da un conflitto ancora irrisolto. Affidato alle interpretazioni di Giulia Fiume e Marco Rossetti, diretti da Claudio Boccaccini, lo spettacolo mostra la sua tragica attualità ed è espressione della volontà di contrapporsi alle barbarie e alle ingiustizie con le armi del teatro e della poesia. La vicenda è ambientata a Tel Aviv, dove due giovani rappresentanti di due popoli, Naomi, ebrea, e Abdel, palestinese, si amano cercando di dimenticare la guerra e, nello stesso tempo, confrontano e discutono le due civiltà e le diverse motivazioni che animano le due parti. «Una conclusione tanto inaspettata quanto dotata di tragica verosimiglianza e di emblematica forza dimostrativa sugella lo spettacolo – racconta Mario Moretti – Love’s Kamikaze si innesta naturalmente nel fertile ceppo dell’attualità e dell’impegno civile, a dimostrazione che il teatro non racconta solo favole, ma può essere anche carne, viscere, sangue della nostra impietosa esistenza. E soprattutto, può portare un mattone, una pietra, un granello di sabbia per la costruzione dell’edificio della pace. Un discorso utopistico? Senza dubbio. Ma le utopie dei deboli sono le paure dei forti. Perché l’utopia è l’anticipazione di una ricerca che deve solo superare le strettoie del presente».

 

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