LO SCRITTORE STEFANO SCIACCA RACCONTA IL PERSONAGGIO DI MICHELE ARTUSIO, PROTAGONISTA DEL SUO ULTIMO ROMANZO “L’OMBRA DEL PASSATO”

La penna dello scrittore torinese è stata capace di dar vita a un’anima in rovina letteralmente in mezzo a un’umanità a pezzi

Articolo di giornalismo partecipativo pubblicato il 28/08/2020 in Arte e Cultura da Francesca Ghezzani
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Francesca Ghezzani

Torinese, classe 1982, lo scrittore Stefano Sciacca dopo un percorso accademico in ambito giuridico ha deciso di darsi alla letteratura, pubblicando libri di genere diverso, l’ultimo dei quali uscito da pochi giorni sul mercato editoriale nazionale dal titolo “L’ombra del passato” (Ed. Mimesis).

Stefano, vuoi raccontarci il tuo excursus di scrittore e spiegarci perché hai deciso di cambiare totalmente rotta?

Mi sono appassionato alla scrittura e alla ricerca durante gli anni universitari, pubblicando diversi articoli di dottrina giuridica. In particolare ho scoperto la vocazione a esprimere tesi personali, originali, talvolta controcorrente. Il passo alla saggistica è stato breve e così ho pubblicato due studi di critica cinematografica. Poi, un po’ per scherzo, ho provato a cimentarmi con la narrativa e ora eccomi qua. Scrivere un libro è difficile, spesso comporta un lavoro interiore faticoso, persino doloroso. Ma, poi, alla fine, ci si sente alleggeriti di un peso. Il peso di ciò che si vorrebbe dire ma non si è ancora detto. Purtroppo parlare da soli non è il massimo della soddisfazione: quando finalmente si è detto ciò che si sentiva di voler dire, sarebbe bello trovare qualcuno disposto ad ascoltarti e, magari, a risponderti. Sarebbe bello instaurare un dialogo, un confronto. E l’augurio che mi rivolgo e che affido ai miei libri.   

Veniamo all’ultima tua creatura, “L’ombra del passato” appunto. Cosa è significato per te scrivere questo libro?

È significato soprattutto esprimere la complessità o, meglio ancora, la contraddittorietà che mi contraddistinguono. L’atmosfera noir del romanzo – ispirato al cinema nero hollywoodiano al quale dedicai uno dei due studi di critica cinematografica – ben si adatta alla mia inguaribile malinconia. Allo stesso tempo, però, ritengo che L’ombra del passato possieda momenti di grande ironia. Magari cinica, talvolta dissacrante, ma pur sempre ironia.

Chi mi conosce bene, si accorgerà che il protagonista soffre di tormenti e ossessioni che sono anche i miei. Ma c’è stata un’amica di famiglia che mi confidò di essersi molto vergognata perché, mentre ne leggeva il manoscritto ancora inedito, viaggiando su un vagone del treno piuttosto affollato, non era riuscita a trattenere le risate.     

Malinconia e ironia: questa in fondo è la formula dell’umorismo, la poetica del contrario.

Senza spoilerare, troviamo la città di Torino a fare da sfondo alla storia, troviamo un’ambientazione calata nel periodo post bellico perché la Seconda Guerra Mondiale è finita da poco e, non certo da ultimo, troviamo Michele Artusio, che è un investigatore privato. Ci racconti per sommi capi la storia?

È presto detto: Michele Artusio è un’anima in rovina, che si aggira per una città in macerie, in mezzo a un mondo, un’umanità, a pezzi. E lui, Artusio, del resto, proprio di mettere insieme i pezzi deve occuparsi. La gente che non vuole ricorrere alla polizia, a un’inchiesta ufficiale, si rivolge a un investigatore privato e gli racconta qualche bella storiella, quindi lo paga (questo è ciò che conta!) e pretende che costui risolva i loro problemi.

Talvolta, però, agendo ai margini della legalità, i problemi dei clienti diventano anche i problemi del nostro investigatore e Artusio, senza nemmeno rendersene conto, finisce per essere sospettato di un duplice omicidio. Il commissario Lombardi, col quale non scorre certo buon sangue, non vede l’ora di potergli dare una bella lezione e, così, adesso, in palio non c’è più soltanto l’onorario ma anche la pelle. Eppure, quando riesce a tirarsi fuori dai guai, qualcosa ancora non torna e Artusio sarà costretto ad affrontare l’ultima e, forse, la peggiore delle noie: i rimproveri della coscienza. Perché in fondo, per quanto in rovina, lui, Artusio, un’anima, la conserva ancora e questa vicenda, sebbene scomoda e pericolosa, è diventata l’occasione, se non altro, per riconciliarsi con se stesso.      

Il “tuo investigatore privato” potrebbe assomigliare a qualche celeberrimo personaggio che ha segnato la storia della letteratura gialla?

Certamente il riferimento è agli investigatori della letteratura hard-boiled americana, tipo Philip Marlow e Sam Spade, poi portati sullo schermo dal cinema noir hollywoodiano.

Non si tratta dell’ineffabile e cerebrale investigatore della letteratura gialla vera e propria, come Sherlock Holmes o Hercule Poirot, il tenente Colombo o J.B. Fletcher, attenti a ogni dettaglio, capaci della più geniale deduzione.

No, lui e i suoi predecessori sono più sensibilità che intelletto, sono profondi conoscitori della natura umana, con i suoi innumerevoli vizi e le poche virtù, perché anche loro sono umani, anzi, umanissimi e possiedono certamente più vizi che virtù. Lo sanno e in fondo ne sono anche orgogliosi. E, così, spesso solidarizzano con i delinquenti più di quanto non rispettino i funzionari della legge e dello Stato, altrettanto canaglie ma ben più ipocriti. Per questo possiedono una loro propria morale, in qualche misura cavalleresca, che li fa sentire estranei alla società e all’epoca in cui vivono ma dalla quale sono inevitabilmente condizionati, inevitabilmente corrotti e avvelenati.     

Il periodo di speranza mista a incertezze, paura e cocci rotti da riparare tipicamente post bellico mi rimanda al momento attuale che stiamo vivendo a causa del Covid-19. Sei d’accordo con me oppure no, in qualità di autore, nel ritrovare alcune analogie?

Sono d’accordissimo: l’attuale emergenza ha scatenato oggi come allora un clima saturo di contraddizioni. Da una parte, paure e ossessioni ci isolano, ci allontanano, ci rendono diffidenti l’uno dell’altro (come già ho sperimentato in prima persona essere accaduto dopo l’11 settembre 2001 e come dovette essere ai tempi delle Brigate Rosse), ma, dall’altra, l’istinto di sopravvivenza alimenta il nostro attaccamento alla vita e agli affetti personali che, appena qualche mese fa, davamo per scontati.

Anche in questo periodo di crisi, l’essere umano torna a svelarsi in tutta la sua complessità e così, all’abnegazione, alla solidarietà, al senso civico dimostrato da molti, si contrappongono l’opportunismo, l’avidità, l’egoismo di altri.

Scrivere significa indagare dentro di sé, alla ricerca dell’uomo, alla scoperta della natura umana. Momenti come questi, per quanto drammatici, sono certamente fecondi di ispirazione e motivo di profonde, talvolta amare, ma sempre costruttive riflessioni.   

Il lettore troverà uno stile ironico, una vicenda incalzante e un’atmosfera malinconica e disincantata. C’è un messaggio particolare che desideri dargli?

In apparenza questo è un romanzetto senza troppe pretese. Si può leggere in un week end, sotto l’ombrellone come in treno, e, alla fine, ritirarlo su uno scaffale della libreria, pensando di aver trovato in lui un simpatico monello con il quale condividere qualche ora di svago e di spensieratezza.

In realtà, però, mi auguro che i lettori si accorgeranno – magari a una seconda lettura, quando saranno meno concentrati sullo sviluppo della trama investigativa – che esso possiede anche una dimensione più profonda. Che il romanzo, cioè, compie una riflessione, sia pure appena accennata, sul senso della nostra esistenza, sul condizionamento che la società produce nel nostro modo di agire e di pensare, sul peso spesso determinante esercitato dal caso (solo un’altra maniera di ordinare le lettere della parola “caos”) nei confronti delle nostre vite. Senza però dimenticare che, alle immancabili ingiustizie terrene perpetrate dall’uomo sull’uomo, talvolta può porre rimedio quella che gli anglosassoni definiscono “poetic justice”. La giustizia poetica.  

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