LA SCRITTRICE SAMUELA PIERUCCI: LA RESILIENZA È LA CHIAVE DI TUTTO, MA ANCHE LA FUGA RICHIEDE CORAGGIO

Articolo di giornalismo partecipativo pubblicato il 28/07/2020 in Arte e Cultura da Redazione
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Toscana, ironica, resiliente, con una rara profondità d’animo e una acuta capacità di osservazione di tutto ciò che la circonda. Lei è Samuela Pierucci, medico di professione ma anche scrittrice e autrice del primo romanzo “Vuoto fino all’orlo” e del secondo “Quel poco che basta”, entrambi pubblicati con la casa editrice Intrecci.

 

Samuela, se tu dovessi descrivere con tre aggettivi te stessa e le due opere quali useresti rispettivamente?

Diciamo che io mi vedo una persona sognatrice ad occhi aperti, perennemente inquieta e pure molto pigra. E meno male, altrimenti chissà che combinerebbe una inquieta sognatrice se non fosse anche pigra, così da avere un freno alle proprie idee! Il primo libro, “Vuoto fino all’orlo”, lo ritengo acerbo, cervellotico, fresco. Invece “Quel poco che basta” è carico, dolceamaro, poetico.

In “Quel poco che basta” Seba e Nada sono i due protagonisti della storia le cui vicende si intrecciano alla Storia con la S maiuscola. Vuoi parlarci di loro e della correlazione tra microstoria e macrostoria?

Sebastiano e Nada sono due ragazzi che vivono quell’età storta e meravigliosa intorno ai venticinque anni, quel momento fatidico in cui si sono già fatte alcune scelte ma ancora non si è ben consci di quello che porteranno. Nel loro caso le scelte saranno dettate dalla follia inconsapevole dei sentimenti ma anche da una serie di bugie sulle proprie vite che li porteranno inevitabilmente ad un vortice di distruzione. Ho voluto poi far intrecciare alle loro storie le vicende dell’Undici Settembre, quei fatti tragici che hanno sconvolto il mondo intero ma che nel loro caso ci mostrano quanto non si possa non tener conto del destino, a tratti ineluttabile, che può mettersi di traverso e prendere a spallate ognuno di noi.

A fianco a loro e ai fallimenti in cui incappano troviamo, tuttavia, sempre l’ironia e l’arte di sdrammatizzare… è forse la tua “toscanità” che ti aiuta in questo o, ancor più, il fatto che tu sia un medico anestesista rianimatore abituato ad assistere in prima persona a molte situazioni tragiche?

Sono nata a Pistoia e vivo a Sesto Fiorentino e devo ammettere che la Toscana è un luogo di pregnante ironia. Ogni aspetto della vita è fonte di sorrisi e sarcasmo se non proprio di risate, per cui certamente mi sento figlia di questa terra. Inevitabilmente poi col lavoro che faccio sono costantemente in contatto con la malattia, la sofferenza, la morte e per accettare il quotidiano bisogna dotarsi di una armatura non da poco: o si sceglie un pesante fardello o si cerca di alleggerire il tutto, non ci sono molte alternative in fin dei conti.

La morte e la sofferenza diventano così esse stesse protagoniste imprescindibili delle tue opere?

Io credo che scrivere sia anche un modo di esternare i propri dubbi, le proprie incertezze sui grandi temi della vita, del quotidiano. Certamente ciò che più ci attanaglia è la paura della sofferenza, del fallimento, dell’infelicità. In questo libro ho voluto tramutare in racconto “altro da me”, distante, diverso, alcuni aspetti che stavo vivendo in quel periodo: la frustrazione di alcune scelte che mi avevano portato lontano dal mio obiettivo, un certo nervosismo, qualche difficoltà nel riconoscermi. Ho parlato di esperienze fatte realmente da me anni prima e le ho trasfigurate, reiventate, dando loro un nuovo significato, una nuova veste. È stato molto catartico, mi ha alleggerita, mi ha chiarito le idee in un certo senso.

Infine, nel tuo secondo romanzo torni a parlare di alcuni temi in particolare: anche qui c’è la fuga come possibilità, si parla del libero arbitrio.

Penso che il concetto di fuga sia sempre stato sottovalutato e trattato come una opzione vile, vedi il ruolo che esso ha nell'immaginario bellico. In realtà io credo che in certe fasi della vita, in certe situazioni sociali o familiari, sia un'opzione assolutamente degna di rispetto. A volte o si accetta una realtà soffocante o da questa, banalmente, si scappa. Ci vuole coraggio anche per questo, come per qualsiasi altra scelta. Scappare può essere molto difficile e i miei personaggi lo sanno bene.

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