“Il Raccoglitore”, la rivista in cui la narrazione è al centro del progetto

Un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi

Articolo di giornalismo partecipativo pubblicato il 02/09/2019 in Arte e Cultura da Francesca Ghezzani
Condividi su:
Francesca Ghezzani

“Il Raccoglitore” è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

 

La direttrice è Giuseppina Biondo, nata a Mazara del Vallo, scrittrice, organizzatrice di incontri letterari, laureata in Filologia moderna. Ha pubblicato Il bianco della Signora Cognome (2010), I racconti di febbraio (2011), Amediade e Decaloclo (2012), Marco e la Città-Fiume (2015), collaborando positivamente con le diverse scuole che ne hanno adottato i testi. Nel 2014 si avvicina alla poesia, organizzando incontri mensili denominati #Recitationes. Nel 2016 dà alle stampe la sua prima raccolta poetica dal titolo Come si salva un poeta?, e nel 2017 è curatrice del libro #Recitationes vol.0. Questi ultimi volumi presentano una traduzione a fronte in italiano/inglese. Dal 2011 ha un blog dove pubblica interviste, recensioni, romanzi a puntate e componimenti brevi. È molto vicina al mondo dell’arte, del teatro, del cinema e da sempre affianca progetti di beneficenza alle sue pubblicazioni.

 

Giuseppina, ti definisci una “sognaggregatrice”. Sei forse stata tu a mettere insieme più menti e più mani per dar vita a “Il Raccoglitore”? Se sì, come e quando?

Sì, aggregare sognatori, riunire chi aspira a raggiungere una meta, un traguardo, fa parte del mio modus operandi. Mi piace, è come cercare di creare un ecosistema o uno strumento. E dopotutto bisogna poter guardare all’insieme per conoscere bene qualcosa. La chitarra ha sei corde, il pianoforte ha ottantotto tasti, così la letteratura, in ogni determinato periodo storico, ha più voci. Riunirle dà modo di ascoltare lo strumento-letteratura a noi contemporaneo. Non parlo di canoni letterari (potrebbe addirittura essere uno strumento stonatissimo quello nostro!), ma di sana condivisione, ascolto, quindi crescita. In questo modo cerco di comprendere il gusto del nostro tempo, il sapore e il suono tipico di questi anni. Lo faccio per indole, ma lo trovo anche più furbo del farsi scorretta competizione, oltre che più decoroso e intellettualmente onesto, civile.

Negli anni ho avuto modo di conoscere scrittori affermati, ma anche giovani talentuosi non ancora iniziati al mondo dell’editoria. In genere sono molto curiosa e mi piace ascoltare storie, apprendere da chi ha raggiunto il successo e aiutare chi vuole iniziare a inseguire i miei stessi sogni. Ingredienti che possono rivelarsi ottimi per collaborazioni genuine o del tutto fallimentari.

Per quel che riguarda il come e il quando, inizialmente ho raccolto amici e conoscenti, persone che frequentavo già da anni, con le quali ero e sono unita da un legame di fiducia e affiatamento. Ho via via proposto nuove rubriche a chi ho conosciuto più di recente, e non manca chi mi contatta tuttora per proporsi come collaboratore. Ho ricevuto più volte proposte da autori che non conoscevo ma che vantavano già interessanti pubblicazioni ed esperienze editoriali. E mi piace dire di sì tanto a chi si è già costruito uno spazio in ambito letterario, quanto a chi ha voglia di inserirvisi.

Lavoro in maniera individuale con ogni collaboratore. Sento ognuno personalmente e creiamo cose insieme. È un lavoro magmatico che assume nuove forme in continuazione. A volte qualche rubrica si ferma o si conclude, e come la lava che si raffredda, resta lì.

Che cosa è per te “il racconto” e che funzione svolge nella vita frenetica di tutti i giorni?

Il racconto è alla base della nostra vita, è intrinseco a noi. La narrazione è costante nell’essere umano. La narrazione più bassa, se ci pensi, è il pettegolezzo. Anche chi non è abituato a leggere narrativa, racconta e ama ascoltare storie. E poi consideriamo i social, le stories su Instagram, le pubblicità. Il racconto è davvero ovunque.

Ma per risponderti al meglio bisogna aprire una piccola parentesi sui lettori. I lettori credo che siano pochi, e probabilmente lo sono sempre stati. Oggi lo sono per la vita frenetica o per semplice disinteresse, o perché non si è provato a innescare la passione e l’abitudine in loro quando erano piccoli. Da me la lettura è esplosa come divertimento, come gioco, come scarica adrenalinica di fantasia. E così anche la scrittura. Ma i racconti sono anche l’opposto di questo, sono un po’ come dei tranquillanti. Da piccola quando i miei genitori uscivano la sera e rimanevo con mia nonna, non volevo andare a dormire se prima non li sentivo tornare. Però, raggiunto il limite di resistenza, cedevo e mi lasciavo accompagnare a letto: cominciavo a tranquillizzarmi non appena mia nonna iniziava a raccontarmi le storie di quando andava a scuola, del collegio, del saggio di pianoforte, di come avrebbe voluto continuare gli studi. Allora mi distraevo e potevo addormentarmi senza paure.

Quindi il racconto è tante cose: fa parte della nostra natura di esseri umani, è un calmante, è anche corsa folle e avventura. E, in conclusione, se vogliamo guardarlo dal punto di vista del Raccoglitore, il racconto spero che sia l’esca che possa avvicinare i non-lettori di oggi alla letteratura.

È un invito a saper ascoltare di più oggi che la comunicazione è spesso demandata a social e smartphone?

Anche, ma temo che al momento sia troppo forte la tentazione di farci ascoltare, di mostrarci, piuttosto che ascoltare l’altro. A volte credo che se dovessi fare una performance artistica, sarebbe proprio quella di tenere il telefono e i social spenti per più di 24h. Una performance che ha senso per le nuove generazioni, una sorta di “The Artist is Present”.
Oltretutto i social ci distraggono, questa volta in senso negativo. Io scrivo molto meno da quando ho comprato il primo smartphone. Ma è grazie ai social che riesco a entrare in contatto con tante personalità meravigliose, dalle quali imparo moltissimo. Tutto quindi è controverso e contraddittorio.

La redazione di chi si compone?

Il lavoro “sporco” lo facciamo in due. Io e Mary Basso, direttrice grafica. Lavoriamo in perfetta sinergia. Siamo entrambe fondatrici de “Il Raccoglitore”, e nessuna delle due esula dal dispensare ottimi consigli anche nella sfera di competenza dell’altra.

Come avete scelto le rubriche da curare?

Le creiamo su misura, in base all’autore, alle proprie passioni, alla propria esperienza e/o istruzione. In questo modo diventa anche utile a ogni collaboratore prendere parte al progetto. Si sentono più gratificati e fanno meno fatica.

Se tu dovessi trovare un parallelismo tra “Il Raccoglitore” e una rivista letteraria di un tempo a quale abbinamento penseresti?

Il primo titolo che mi viene in mente è “Il Ricoglitore” (“Il Raccoglitore”, per l’appunto) di Antonio Fortunato Stella, rivista nata due secoli fa all’interno della quale esordì il giovane Giacomo Leopardi. Ma il nostro titolo non voleva essere un richiamo a quello del 1820, non ne conoscevo l’esistenza. È stato solo successivamente che gli scrittori Giuseppe Langella e Giuseppe Lupo, docenti di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano, mi hanno messo al corrente di questa coincidenza.

E se ne può aggiungere un’altra di romantica casualità: abbiamo lanciato “Il Raccoglitore” nel 2018, in perfetta inversione numerica delle coppie 18-20.

E ovviamente penso anche alle riviste di Vittorini, di Vittorini e Calvino, penso e mi lascio ispirare dal lavoro che hanno fatto autori di questo calibro nel ‘900, alla progettualità irrefrenabile che li ha contraddistinti. Siamo su piani certamente differenti, ma dobbiamo provare a essere all’altezza del nostro passato letterario. Spero che “Il Raccoglitore” possa dare questo ai lettori contemporanei e a quelli futuri: l’idea della letteratura di oggi. Che se ne possa trarre una statistica, quanto meno.

Ci spieghi il significato della parentesi graffa presente nel logo?

La graffa, come in matematica, vuole essere il simbolo dell’apertura di un insieme, un insieme composto da autori, parole, da racconti. I frutti dell’albero genealogico della letteratura, credo di aver scritto da qualche parte. Un insieme aperto, pronto ad accogliere.

Esiste anche un formato cartaceo della rivista?

Sì, abbiamo stampato due numeri. Il primo ad aprile 2018 al lancio del progetto, il secondo dopo poco più di un anno, a giugno 2019. Mentre la prima uscita ha visto la pubblicazione di alcune tra le voci che hanno aderito sin da subito, la seconda uscita è stata una selezione, una sintesi dell’anno trascorso.

Un’ultima domanda: la mission per questo scorcio di anno e per il nuovo che arriverà qual è?

Continuare come sin qui fatto, in piena libertà creativa, con nuovi progetti e collaborazioni. A ottobre lanceremo la seconda edizione del Concorso di Poesia di #Recitationes e non lasceremo trascorrere troppo tempo dal far partire anche un concorso di racconti.

Ma c’è qualcos’altro in programma che richiede tutta la nostra attenzione con urgenza. Sto organizzando degli incontri di letteratura e ambiente, che si svolgeranno tra gennaio e giugno 2020, ai quali hanno già aderito scrittori, case editrici, attori, artisti di spicco, e che ci vedranno ben impegnati per qualcosa di più importante. Dovremmo fermarci tutti un attimo, mettere da parte quello che stiamo facendo, i nostri lavori, le nostre passioni. Perché, sì, raccontare è nella nostra natura, ma per chi scriviamo se la Terra sta affrontando, a causa nostra, una fase estrema? La mission sarà agire per rimediare a quanto fatto sinora, provare a guarire l’ambiente e i suoi elementi. E lo faremo partendo dalla parola, sfruttando questa come vero, unico strumento per il cambiamento del nostro stile di vita, del nostro pensiero.

PARTECIPA AL GIORNALE

Sei già registrato?

Accedi con login e password

Video in evidenza