Domenica 25 giugno alle ore 17,30 si inaugura presso la storica Villa Filiani di Pineto (Te), una interessante mostra personale d’arte contemporanea dal titolo “Frammenti, strappi… lacerazioni” dell’artista moscianese Lucio Monaco. Alla cerimonia di inaugurazione interverranno, oltre all’Artista, il prof. Bruno Paglialonga (artista, storico, critico d’arte), il dott. Roberto Di Giampaolo (pres. dell’ass. “Lejo”), il prof. Gianfranco Zazzeroni (pres. dell’ass. “L’Incontro degli artisti”) e il Maestro d’arte Sandro Melarangelo. La mostra, presentata dall’attrice Sara Iannetti, è patrocinata dal Comune di Mosciano Sant’Angelo, dal Comune di Pineto e dall’ass. culturale Artisti Abruzzesi “Lejo”. Si potrà visitare la mostra fino al 30 giugno tutti i giorni dalle 17,00 alle 23,00. A documentare l’esposizione un pregevole catalogo dell’artista con un testo critico di Duccio Trombadori.
Di seguito riportiamo integralmente il testo critico scritto per l’occasione dal prof. Bruno Paglialonga, dal titolo “Làcere realtà vagheggiate”, che analizza con acutezza e in profondità il percorso artistico di Lucio Monaco e gli esiti della sua ricerca pittorica.
“Nell’universo contemporaneo delle Arti visive, l’abruzzese Lucio Monaco, moscianese del Teramano, si è ritagliato, in forza dell’impegno e a pieno merito, un proprio preciso spazio: lo ha fatto essendo dotato sia di requisiti umani preziosi (modestia, schiettezza, generosità) e sia di propensione a crescere in sensibilità estetica, a percorrere le vie della ricerca e dell’espressione inusitata e convincente. Certo, i trascorsi artistici liceali e poi il tirocinio presso i Maestri Comaschi (1980) ben lo sostengono ora nel fare arte; e più traspaiono negli sciolti disegni, apprezzabili persino se tratteggiati su tovagliolini in ex tempore o in clima conviviale.
Ma il nucleo dell’attività di Lucio Monaco è dato dalla feconda produzione (iniziata intorno al 1973) di opere pittoriche caratteristiche e munite di peculiare “cifra”. Non sfugge all’osservatore, infatti, che le sue sono raffigurazioni complesse; sono costruzioni articolate in brandelli figurativi e inserti sistemati in discontinuità, lacune ad hoc e reintegri eclettici. Le policromie vivide e caleidoscopiche, che suscitano eccitazioni visive, dissimulano l’uso del colore abilmente reso incongruo e nel contempo inatteso e calibrato ai temi e agli effetti previsti. I materiali prescelti, relativamente eterogenei, per lo più cartacei, vengono utilizzati come collages e décollages. Anche lettere o parole (di memoria cubista), alquanto frequenti, e hand writings sono componenti di valenza non secondaria.
Similari apparati sintattici, già durante il primo e il secondo Novecento, reggevano i linguaggi di correnti innovative, mosse dall’insorgere negli operatori estetici e culturali di forti interessi per le immagini e gli oggetti del consumismo, della società più o meno opulenta: il riferimento è all’europeo “Nouveau Realisme”, all’anglo-americano “Neo Dada” e alla diffusa “Popular Art”. Grandi, significativi movimenti del passato recente, questi ora citati, ma di portata inattuale e svaniti di mordente, ai cui risultati estetici storicizzati Lucio Monaco formandosi ha guardato ammirato e compreso d’empatia.
Lucio Monaco è artista dell’oggi, dell’hic et nunc, fuori dalla temperie innanzi ricordata. A suo modo, egli scruta trepidante la società attuale, attanagliata dalla crisi economica e oscillante nei valori fondamentali; è partecipe della natura dell’indubbio malessere diffuso, delle ragioni, delle difese e delle denunce esistenziali. Nonostante, però, abbia in qualche misura assimilato la tecnica e il lessico combine painting, non è un pedissequo epigono di desueti esercizi intorno al rispecchiamento visuale della società, dei suoi variegati aspetti, delle tante immagini dei centri cittadini, dei degradi delle periferie, delle spropositate forme massmediatiche che comunque imperano (una sua opera s’intitola Pubblicità). E non si propone di tentare la “riscrittura” dell’Arte volta al sociale, né a questa di fare, attraverso i dipinti, alcun riverente “omaggio”.
Quel che conta non sono le analogie figurali, effettive o supposte, o procedurali con gli assemblaggi conseguiti dalle nominate tendenze di metà Novecento, bensì le divergenze, le personalizzazioni. Nei quadri del nostro pittore lo spazio della rappresentazione si addensa di “parti” preordinate - non sempre “frammenti” - di un unico “testo narrativo” in apparenza disorganico, e si accende di cromatismi cercati con cura e sicurezza per raggiungere il risultato visuale dinamico. Il procedimento di montaggio esclude pressoché la casualità, condizione d’approccio questa largamente accolta dai “nuovisti”; e, anzi, comporta (“esige”, mi verrebbe di dire) il raccordo di segni di matita o pastello, di trascinamenti di pennello, di qualche trait d’union funzionale ed espressivo. Nello studio dell’artista tutto si compie, mancando il “prelievo” delle immagini (d’ogni genere, banali e no) dai manifesti cittadini, dalle vistose pubblicità murali per finalità nient’affatto narrative, e la loro varia decontestualizzazione sui supporti-quadri (neorealisti) con perdita della carica sentimentale. È sufficiente fare il riscontro con illustri affichistes come Raymond Hains, Jacques Mahé de la Villeglé, François Dufrêne. Lo stesso Mimmo Rotella, che all’inizio (1955) perseguiva la poetica dello strappo dal muro, dell’affiche déchirée, procederà con i doppi décollages (costruttivi e, insieme, distruttivi), si spingerà a dare ai brandelli il valore di colori, di “segni”, e più oltre, sull’onda intellettuale-speculativa, presenterà i retro-affiches monocromi con i quali azzererà ogni effigie, favorendo la concentrazione visiva dell’osservatore al mero incontaminato campo “gestaltico”.
I manifesti, le figure commerciali e dei beni materiali sognati dalla collettività, di gusto ordinario ovvero kitsch, bell’e pronti e riutilizzabili nelle prassi d’arte, non sono considerati prioritari da Lucio Monaco. Il quale ben altro vuole e può recuperare dallo scavo del proprio interiore: il dispiegamento dei sentimenti, degli affetti; l’appagamento dei desideri, delle aspirazioni. E ancora: la risorsa dei suoi cari miti e le loro affascinanti storie, specialmente quelli che abitano il mondo del cinema, del teatro, dello spettacolo (John Lennon, Marylin Monroe, 2012; Sophia Loren, 2013; Lucio Battisti, Ivan Graziani, 2014); delle fantastiche e fantasiose vite degli “eroi” del coloratissimo cosmo del fumetto, di reminiscenza adolescenziale (Diabolik, 2013). Senza trascurare il versante della filmografia internazionale, di cui l’artista è davvero un “patito”. Hanno toccato e scosso il suo animo sensibile alcuni eventi drammatici e tristi episodi criminosi (il terremoto in Abruzzo, L’Aquila, ora 3.32’; la strage che riguardò un magistrato e la sua scorta, Paolo Borsellino, 2014). Un celeberrimo sacro componimento laudatorio rivolto all’Altissimo, il Cantico delle Creature, gli ha ispirato ultimamente l’omaggio pittorico alla fulgida figura di San Francesco d’Assisi. Non si tratta - è chiaro - di argomenti e soggetti qualsiasi e per cui l’uno valga l’altro: essi ogni volta vengono selezionati attraverso lo slancio emotivo (Spietata, 2010); evocati dal personale vissuto, dalle vicende del cuore (Il sogno di un amore, 2011); rigenerati dalla inesauribile estrosa immaginazione.
Ecco, dunque, focalizzata la genesi del “testo figurale” (qui etimologico “tessuto”) che Monaco concepisce di ciascuna opera, magistralmente tramato, intrecciato così da sorprendere il fruitore e, forse, pungolarlo a coglierne le allusioni metaforiche, a scioglierne i riassuntivi “rebus-sciarade” talvolta introdotti, ad estrarne il messaggio. In fondo, l’Arte - e la pittura - ha da assolvere alla funzione profonda di far meditare, di educare la società. L’artista ne sostiene la missione e la esplica libero di commentare, dissentire, criticare, ironizzare, condividere. Tale è il “credo” di Lucio Monaco, che si adopera a ciò con il diuturno impegno artistico, persuaso che l’opera, compiuta, non debba rimanere un vano, inutile manufatto”.
Il critico d’arte Duccio Trombadori in un suo testo critico dal titolo “Come annotare i volti del tempo”, scritto per l’occasione e riportato sul catalogo, parla di un artista intento a “ guardare il mondo” con “occhi prensili” sulla civiltà delle immagini, “sperimentatore attento di tecniche e materiali che mimano la cultura di massa” elaborando con la sua attività artistica un “diario in pubblico”: “appunti visivi” che sottendono ad una “effervescente biblioteca immaginaria” dove i soggetti narranti recitano una doppia parte: “simbolica e illustrativa al tempo stesso: dall’attore e all’attrice famosa, dal cantautore al campione dello sport, dalla réclame alla insegna pubblicitaria, dal titolo di cronaca alla mannequin” che “gettano l’osservatore all’interno di un dramma sociale, di un evento religioso, di un rituale collettivo (…) che disegnano il volto della contemporaneità e toccano la reazione emotiva. Il passato diventa, dunque, “cosa vivente”. Questa “virtù vivificante” – secondo Trombadori – “è forse il merito maggiore che emerge dalle composizioni di Monaco”: opere, dunque, che “hanno il benefico effetto di ‘far parlare’ le immagini e dare loro uno spessore morale, indicativo o allusivo. L’indagine si incentra sul “divismo”, sui “miti di annata”, sugli “idoli di massa”, sulla “figura femminile” con tutte le sue sfaccettature ma anche sul “vissuto autobiografico”. La Pop art di Lucio Monaco è “essenzialmente diretta verso il reagente cromatico della pittura” dove “la metafora del ‘diario in pubblico ‘’ è ciò che meglio distingue l’immaginario di Lucio Monaco nonché la espressione e l’accento armonico del suo stile”.

