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Mostra d'Arte: "New Humans. Memories of the Future"

New Museum Manhattan, New York

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Dopo due anni di lavori, il New Museum di New York riapre le sue porte con una mostra d'arte destinata a segnare la nuova stagione dell'istituzione. Nel cuore del Lower East Side di Manhattan, al 235 Bowery, l'unico museo della città interamente dedicato all'arte contemporanea inaugura il nuovo edificio progettato dallo studio OMA di Rem Koolhaas e Shohei Shigematsu, che si affianca alla celebre struttura realizzata da SANAA nel 2007, quasi raddoppiando gli spazi espositivi.

La riapertura assume il valore di un nuovo inizio e trova la sua espressione più significativa nella grande mostra "New Humans. Memories of the Future", curata da Massimiliano Gioni. Un progetto ambizioso che riunisce oltre duecento artisti provenienti da più di cinquanta Paesi per interrogarsi su una delle domande più antiche e attuali: che cosa significa essere umani nell'epoca delle macchine, della biotecnologia e dell'intelligenza artificiale? L'esposizione non segue un percorso cronologico tradizionale, ma costruisce un dialogo continuo tra passato, presente e futuro. Le idee dell'uomo nuovo elaborate dalle avanguardie del novecento si riflettono nei corpi bioingegnerizzati contemporanei, mentre il 1920, anno in cui nasce il termine "robot", entra in relazione con il dibattito odierno sull'intelligenza artificiale. Il risultato è una vera e propria archeologia del futuro, nella quale le visioni di ieri continuano a influenzare il mondo di oggi.

La mostra parte da una riflessione semplice ma potente: ogni epoca ha immaginato il proprio futuro e queste immagini non sono mai rimaste semplici fantasie. La fantascienza, ad esempio, ha spesso anticipato l'innovazione tecnologica. Le intuizioni di Gene Roddenberry con Star Trek, le celebri leggi della robotica formulate da Isaac Asimov o le previsioni scientifiche di Arthur C. Clarke hanno contribuito a costruire un immaginario che, nel tempo, la realtà ha cercato di raggiungere. Tra i temi ricorrenti emerge quello del corpo trasformato. Dalle anatomie frammentate delle avanguardie storiche fino ai corpi post-umani contemporanei, il visitatore è accompagnato lungo un percorso che mette in discussione il concetto stesso di identità, parallelamente si sviluppa il rapporto tra uomo e macchina, ormai non più semplice strumento, ma autentico alter ego dell'essere umano. Tra le opere più intense figura Human Mask di Pierre Huyghe, il celebre video che mostra una scimmia sopravvissuta a un mondo devastato mentre indossa abiti infantili. Un'immagine sospesa tra inquietudine e poesia che diventa metafora della fragilità dell'esistenza.

Non meno significativa è la presenza delle celebri creature biomeccaniche di H. R. Giger, autore dello Xenomorfo di Alien, ormai entrato nell'immaginario collettivo come simbolo di una forma di vita perfetta ma profondamente estranea all'uomo. Uno dei momenti più sorprendenti dell'esposizione è rappresentato dall'animatronica originale realizzata da Carlo Rambaldi per E.T. l'Extraterrestre. Privata della pelle cinematografica e della componente emotiva, la creatura appare come uno scheletro meccatronico, una macchina che conserva tuttavia intatta la propria capacità evocativa. Diventa quasi un reperto archeologico del futuro, sospeso tra tecnologia e memoria. Il confronto implicito tra Rambaldi e Giger evidenzia due visioni opposte dell'alterità. Se il primo costruisce un essere capace di suscitare empatia e affetto, il secondo immagina un organismo biologicamente perfetto ma completamente impermeabile a qualsiasi identificazione emotiva. Due immagini nate entrambe nel cinema, ma capaci di raccontare percorsi profondamente diversi dell'immaginario contemporaneo.

La riflessione si estende inevitabilmente all'intelligenza artificiale. Se gli artisti e i grandi maestri degli effetti speciali costruivano oggetti, immagini e incubi destinati a lasciare un segno nella memoria, oggi l'AI produce un flusso continuo di immagini plausibili, spesso prive di quella tensione e di quell'attrito che caratterizzano la ricerca artistica. In questo contesto assume particolare rilievo il lavoro pionieristico di Rebecca Allen, tra le prime artiste a utilizzare il computer per simulare il movimento umano e creare ambienti digitali già negli anni Settanta e Ottanta. Le sue opere anticipano molte delle questioni oggi associate alla realtà virtuale e all'intelligenza artificiale, dimostrando come l'arte abbia spesso preceduto la tecnologia. La mostra non trascura il dialogo con la scienza.

Diagrammi neuronali, fotografie embrionali e modelli anatomici sono inseriti nel percorso non come apparati didattici, ma come testimonianza di una ricerca condivisa: arte e scienza nascono entrambe dal desiderio di rendere visibile ciò che ancora non lo è. Lontana da qualsiasi celebrazione ingenua del progresso tecnologico, "New Humans. Memories of the Future" affronta anche le ombre della contemporaneità; le paure legate all'automazione, alle guerre combattute dalle macchine, alla perdita di controllo e alla progressiva trasformazione dell'identità umana attraversano l'intero percorso espositivo. Più che una mostra dedicata ai robot o all'intelligenza artificiale, il progetto di Massimiliano Gioni è una profonda riflessione su ciò che rimane dell'essere umano in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia. Il futuro, sembra suggerire l'esposizione, non è qualcosa che deve ancora arrivare: è una memoria che continua a riaffiorare, fatta di immagini, sogni e visioni che da oltre un secolo modellano il nostro presente. Ed è forse proprio questa la forza di "New Humans. Memories of the Future", ricordarci che il futuro non è soltanto ciò che ci attende, ma anche tutto ciò che abbiamo già imparato a immaginare. Nota descrittiva del Prof. Mario Carchini, docente dell'Accademia di Belle Arti di Carrara, Toscana.

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