La filigrana sarda, il filo sottile delle janas ad intrecciare l’amore

Un viaggio tra storia e leggenda, tra mito e tradizione

pubblicato il 24/01/2020 in Alla scoperta della Sardegna da Valentina Piras
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Valentina Piras

Quando pensiamo alle sfilate in abiti tradizionali della Sardegna, ci tornano subito alla mente i mirabili ricami sui tessuti e la lucente bellezza dei gioielli in filigrana poiché identificati, nella conoscenza comune, quali elementi caratteristici e tipici dell’artigianato locale.

A ben guardare infatti, ricami e gioielli in filigrana sono particolarmente accostabili: da una parte infatti i ricami appaiono come gioielli impressi nella stoffa, dall’altra la filigrana sembra un ricamo tanto leggero da librarsi fuori dal tessuto.

Già il nome Filigrana racchiude in sé un’idea di ricamo, dal latino filum e granum, ossia filo e granulo o grano, quasi proprio a significare un’origine comune, un lavoro prezioso e di alta artigianalità che trae origine dal filum.

Ma quali sono le origini della filigrana? Da quello che sappiamo, sembra avere un’origine comune con un’antichissima arte orafa egizia, acquisita e migliorata poi dagli etruschi come ci testimoniano le numerose collane, spille, fibbie e bracciali rinvenuti nelle tombe dell’epoca, senza dimenticare i fenici, gli arabi e per finire anche i romani.

Questo per la storia, perché infatti la tradizione popolare ci racconta di piccole dimore incantate, nei luoghi più nascosti della nostra terra, dove piccole fate, le Janas, intrecciavano sapientemente lunghissimi fili d’oro o argento, per creare gioielli unici e splendidi.

La leggenda vuole infatti che la stessa fede sarda abbia origine dalle richieste di giovani innamorati che supplicavano le Janas di creare un anello da donare alle proprie amate, un monile che rappresentasse i due innamorati (i due fili), l’indissolubilità del legame (l’intreccio e le saldature), e la prosperità (il grano).

E con il favore delle Janas e un anello così magico, la proposta di matrimonio si fissava presto all’anulare sinistro (la vena amoris …) di ogni giovane donna sarda, che lo mostrava orgogliosa e fiduciosa.

Lo stesso orgoglio e felicità con la quale, quelle stesse giovani donne, sfoggiavano “sa mura” (a mora) ossia orecchini o ciondoli che traevano forma dalla mora del gelso, ultimo frutto della stagione estiva spesso riservato alle capre e pecore in procinto del parto: questo gioiello infatti era indossato per annunciare alla propria comunità l’arrivo di un figlio.

E se sa mura era associato alla fertilità, non da meno è il classico bottone in filigrana che, con la sua forma tondeggiante e globosa, evocava il seno femminile e che veniva quindi donato con l’augurio di prosperità e fertilità.

Ogni monile aveva un significato, espressione del linguaggio silenzioso del codice agropastorale, dove ad esempio gli orecchini a pindulu erano indossati dalle spose o in occasioni importanti; gli orecchini a grappolo, indossati dalle donne degli agricoltori e quelli a pala per le donne delle famiglie dei panificatori; gli orecchini a galletto con is lantionis, simbolo del fidanzamento “a fura” cioè ancora senza il consenso della famiglia e quelli a pittiolus, per le donne dell’Ogliastra.

E che dire de Su Lasu, il tipico ciondolo campidanese formato da su froccu (il fiocco), sa gioia e su dominu (il potere domestico della donna), legato al collo con un nastro di velluto nero dalla sola padrona di casa.

Un’eredità di messaggi celati, bellezza ed eleganza che l’epoca moderna non sconfigge.

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