Da “Sa nott’e luxi” a “sa nott’e xena”: la magnificenza del vero e povero Natale sardo

Tradizioni popolari che si perdono nella notte dei tempi

pubblicato il 24/12/2019 in Alla scoperta della Sardegna da Valentina Piras
Condividi su:
Valentina Piras

A poche ore dal Natale, in quasi tutte le case fervono gli ultimi preparativi per il cenone, i doni e magari l’arrivo dei parenti.

Come negli anni addietro, anche oggi le famiglie sarde si preparano alle festività natalizie e se da una parte c’è chi cerca la modernità dei locali e delle feste, dall’altra ci sono anche tantissime famiglie che cercano di mantenere vive le tradizioni sarde legate a queste feste.

Per capire meglio il valore e l’importanza che questa festa aveva per le famiglie sarde, dobbiamo fare un piccolo passo indietro e tornare alla società sarda a prevalente carattere agropastorale; in quel periodo era molto frequente che gli uomini, padri e capi famiglia, trascorressero molti mesi lontano da casa, impegnati con le greggi mentre le donne e i figli li attendevano a casa.

Ebbene, “sa Paschixedda” (il Natale appunto) aveva il magico potere di riunire le famiglie, ma non solo il padre con la propria sposa ed i figli, ma la famiglia in senso più ampio, fino ad un vero e proprio ricongiungimento delle comunità.

Riuniti nelle proprie case, davanti alla luce ed il calore del focolare domestico, le famiglie sarde si ritrovavano per “sa nott’e xena”, un pasto frugale consumato tutti insieme in attesa del più abbondante e festoso dell’indomani.

E mentre i più piccoli si intrattenevano ascoltando i racconti dei propri padri o degli anziani, oppure con “su Barralliccu” o altri giochi tradizionali, “su Truncu de xena”, il grosso ceppo acceso nel camino, doveva ardere fino alla mattina del 25 accompagnando l’attesa dei rintocchi delle campane che invitava i fedeli alla Santa Messa, “sa Missa e Luxi” o “sa Miss’e pudda”.

Tutta la comunità (tranne le donne in lutto che la notte restavano a casa e partecipavano alla prima orazione del giorno dopo) prendeva parte alla Santa Messa, specialmente le donne in attesa le quali, in un misto di tradizione e atavica cultura ancestrale, volevano a tutti i costi scongiurare la nascita di un figlio malato poiché era consuetudine credere che già il nascere nella notte di Natale avrebbe garantito al piccolo una protezione speciale contro sventure e malanni. Addirittura, in alcune zone del Logudoro, si riteneva che la nascita di un bambino nella notte del 24 dicembre, avrebbe protetto le 7 case vicine.

E così si arrivava al vero giorno della festa, il 25 Dicembre dove era tradizione consumare un lauto pasto a base di prodotti tipici come l’agnello ed il capretto arrosto, con le frattaglie cotte spesso a parte stufate, formaggi e salsicce ottenute da su mannale, ovvero il maiale allevato in casa e macellato di recente.

Il tutto accompagnato dal buon vino, dal Fil’e ferru e dai dolci, immancabili sulla tavola della festa: da “sa tunda”, pane dolce di forma rotonda arricchito con noci e uvetta, a “su bacchiddu ‘e Deu”, pane di forma allungata e decorato per essere simile al pastorale del vescovo, per arrivare alle “pabassinas”, biscotti glassati a forma di rombo con impasto a base di mandorle, farina, sapa, uvetta, noci e nocciole.

Dal momento che non era consuetudine consumare quotidianamente questi alimenti, nulla doveva essere sprecato e tutti si dovevano saziare, compresi i bambini i quali sovente ricevevano lo spauracchio minaccioso di Maria Punta ‘e Orru (nelle zone interne dell’isola è anche conosciuta come Palpaeccia): durante il sonno, avrebbe tastato loro la pancia e se l’avesse trovata vuota, l’avrebbe trafitta con uno spiedo.

Tradizioni e riti che si perdono nella notte dei tempi e che rivivono in tutti noi, Buon Natale a tutti.

PARTECIPA AL GIORNALE

Sei già registrato?

Accedi con login e password