Il Canto a Tenore, dall'ancestrale suono animale a patrimonio UNESCO

In viaggio nei millenni alla scoperta del significato di voci e suoni della Sardegna più remota

pubblicato il 10/12/2019 in Alla scoperta della Sardegna da Valentina Piras
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Valentina Piras

Poche ore fa, anche il popolo cattolico sardo festeggiava l’Immacolata Concezione entrando così di fatto nel periodo dell’Avvento, l’attesa del Messia.

Da più parti e con più voci, si innalza al cielo un inno melodioso che principia proprio con un solenne saluto “Deus ti salvet Maria”, un modo tutto sardo di onorare la Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio.

Il canto che diventa quindi linguaggio ed espressione del popolo, in tutte le sue forme e tutti i suoi colori, usato spesso come preghiera ma anche come moto di ribellione, come voce innamorata di un singolo ma anche come espressione corale.

Il canto come voce intima e discreta, ma allo stesso tempo potente e viscerale, che attraversa l’isola e ne pervade gli animi. Il canto che è patrimonio popolare, anzi più precisamente Patrimonio Immateriale dell’Unesco.  Un canto nato dalla cultura pastorale sarda e diventato grande nel mondo: il canto a Tenore.

Chiariamo fin da subito che non dobbiamo confondere il canto a Tenore con il tenore della musica classica! Tutt’altro, Tenore è un nome collettivo che identifica già di per sé un gruppo, precisamente un coro polifonico composto da quattro persone, quattro Boches e precisamente: su bassu (il basso)sa contra (il baritono)sa mesu oche (il contralto) e sa boche (il solista).

Dicevamo nato dalla cultura popolare perché nato probabilmente ad “imitazione” dei suoni della natura: su bussu ad imitare il muggito dei buoi, sa contra ad imitare il belato delle pecore, sa mesu oche ad imitare gli agnelli e sa boche a rappresentare l’uomo stesso, che domina la natura circostante.

Quattro voci con ruoli distinti e autonomi seppur interconnessi: il canto solista dal testo poetico in sardo accompagnato da tre cantori i quali, con i loro accordi dai timbri gutturali e dal calore profondo, completano il canto con sillabe nonsense.

Che si tratti di “boghe seria”, “muttos” o “boghe e’ ballu”, ogni occasione è buona per consentire al solista ed il coro di personalizzare il proprio canto, partendo da un canovaccio di base per esprimersi ogni volta in forme diverse.

Alle orecchie dei profani infatti, ogni canto a Tenore può apparire uguale ma in realtà sono davvero tante e notevoli le differenze tra i cori, in base al loro paese di provenienza.

Dalla Barbagia al Logudoro, dall’Anglona alle Baronie, dall’Ogliastra alla Gallura, ogni paese ha una propria timbrica e un modo diverso di eseguire il canto.

Avvicinabile al canto a Tenore è il canto a Cuncordu (dal latino cum cordum, con cuore, passione), o Canto a Cuntrattu (dal latino cum tractum, ossia con trasporto) ed anche Canto a Cuntzertu (dal latino cum sero, con intreccio); anche in questo caso troviamo sempre una base musicale che parte da sonorità comuni rispecchiandosi nelle voci individuali, prendendo tuttavia le distanze grazie ad una maggiore varietà di combinazioni degli accordi, ed una diversa impostazione delle voci, con l’abbandono dei suoni gutturali.

Il Tenore era anche lo strumento usato dai “cantadores”, i poeti improvvisatori che animavano spesso le feste paesane con le loro “garas”, e che hanno reso celeberrimi Melchiorre Murenu di Macomer, Antinio Cubeddu di Ozieri, Gavino Contini di Siligo, Raimondo Piras di Villanova Monteleone e tanti, tanti altri.

Voci e suoni di una terra misteriosa e melodiosa.

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