Politica, addio ad Armando Cossutta

Aveva 89 anni

Gianluca Vivacqua
15/12/2015
Politica
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Veterocomunista. O orto-comunista.

Ci sembra questa la definizione migliore per ricordare Armando Cossutta, dirigente della vecchia guardia del Pci che alla falce e martello - nonostante tutto e a dispetto dei tempi – era rimasto legato fino alla fine. 

Contro le evoluzioni pericolose e avventuristiche dalla sinistra; sempre dalla parte dello zoccolo duro (e puro) dei marxisti-leninisti. Anche a rischio di divenire un dinosauro sempre più minoritario in un panorama progressista sempre meno votato al massimalismo. Sempre meno rivoluzionario, e visionario. Comunista: era questa la parola magica senza la quale Cossutta, almeno politicamente, sarebbe morto ben prima di tagliare il traguardo degli 89 anni, la soglia raggiunta la quale si è spento nel pomeriggio del 14 dicembre, all’ospedale San Camillo di Roma, dov'era ricoverato da tempo.  Il Pci, il partito gramsciano-togliattiano di lotta e di utopia nato a Livorno da una costola del Psi, strizza l’occhiolino alle moderne socialdemocrazie europee e – grande tradimento – cambia addirittura denominazione? Quelli che non vogliono entrare nella logica post-muro di Berlino – e tra essi Cossutta, iscritto al partitone rosso dal ’43 da partigiano della brigataGaribaldi”, e in Parlamento ininterrottamente dal ‘72 – non ci stanno e, in risposta al Partito democratico della sinistra, fondano il Partito della Rifondazione Comunista. 1991.

Ma poi, perché Rifondazione, se il comunismo può e dev’essere una realtà viva, presente,  non certo da ricostruire perché mai veramente distrutta? Questo ragionamento si affaccia con prepotenza nella testa dell’Armando e dei suoi fedelissimi – Oliviero Diliberto in primis – nei convulsi giorni dell’ottobre ’98. Una coalizione formata da moderati ed epigoni del vecchio Pci, l’Ulivo, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, da due anni è al governo dell’Italia, eppure uno dei perni della maggioranza, cioè proprio Rifondazione, per impulso del suo nuovo leader, Bertinotti, è sul punto di sfiduciare l’esecutivo perché in disaccordo con la legge finanziaria presentata per il 1999.

Chi dei rifondisti vuole che la crisi di governo venga superata – e dunque che la legislatura guidata dalle forze della sinistra sopravviva – esce da Rifondazione e dà vita ad un partito ancora più piccolo, ma combattivo almeno quanto quello da cui migra: è il Partito dei comunisti italiani, in omaggio alla storia. Cossutta ne è primo segretario, e poi ne diventa presidente, nel 2000, quando Diliberto gli succede alla segreteria. Il governo Prodi ormai è andato, ma grazie a Cossutta e compagni ci sono i voti necessari perché un altro esecutivo di sinistra – ancora più a sinistra – possa formarsi per proseguire la legislatura: lo guida Massimo D’Alema, che, pur figlio del Pci, nella primavera del ’99 non si farà problemi a garantire l’appoggio dell’Italia alla guerra delle potenze imperialiste in Kosovo. Per il PdCi – oltre  che per Prc, com'è ovvio – saranno mal di pancia non lievi, però i cossuttiani hanno una partecipazione rilevante nel gabinetto.

E l’avranno anche nel successivo governo Amato, che nel 2001 chiude la storica era del primo Ulivo. Seguirà il quinquennio berlusconiano e, nel 2006, la nuova vittoria di Prodi: ma l’illusione di un Ulivo 2 finisce presto, a causa di un’inchiesta che coinvolge Clemente Mastella, il ministro della Giustizia, e che in capo a due anni porta allo scioglimento delle Camere e ad elezioni anticipate, che vedranno nuovamente vincitore Berlusconi. Il Pdci non ha più la forza trainante della primissima fase ulivista, anzi diventa una componente sempre più di nicchia (e questo a dispetto dell’exploit alle europee nel 2004) e a vocazione antagonista. Prima del naufragio di una nuova legislatura di sinistra-centro Cossutta aveva lasciato il partito, il 2 aprile 2007, e l’anno prima si era dimesso da presidente. 

Come se presentisse l’estromissione completa delle sinistre dal Parlamento, che si compì col voto anticipato del 2008. Quella che lasciava era una sinistra “senza più aggettivi”, in cui nessun partito, neanche il Pdci, appariva più in grado di realizzare quanto prometteva. Anzi, forse, concludeva ma con le lacrime nel cuore, sarebbe stato meglio accantonare del tutto i vecchi simboli del comunismo. Eppure "da comunista” votò per il Partito democratico, la nuova forza di riferimento del fronte progressista, nel 2008. Fu il suo ultimo atto politico, poi si dedicò, dal 2009, a fare il vicepresidente dell’Associazione nazionale Partigiani d’Italia. Nel PdCi, intanto, la guida passava da Diliberto a Cesare Procaccini nel 2013, e, nel novembre dell’anno successivo, il partito si scioglieva definitivamente.

Cossutta, dunque, è sopravvissuto per più di un anno alla sua ultima creatura politica; da circa quattro mesi, poi, sopravviveva anche alla scomparsa della sua amatissima consorte, Emilia Clemente, a cui era legato da settant’anni. A lui, ora, sopravvivranno una cospicua eredità politica, oltre che la fama di “filosovietico”, ma non l’accusa del quotidiano Libero che, in relazione al caso del dossier Mitrokhin, esploso alla fine dei ’90, lo identificava come spia al soldo dell’Unione sovietica.  All’inizio dell’anno in corso, infatti, il giornale di Maurizio Belpietro era  stato condannato a  pagare all’ex dirigente Pci la somma di 50.000 euro per danni morali. Eppure, storicamente, non è mai stato un mistero che tra i dirigenti comunisti italiani delle primissime generazioni e il Cremlino c’era un cordone ombelicale difficilissimo da rescindere: il PCUS fu sempre assai generoso nel sovvenzionare i partiti che costituivano le sue quinte colonne all’interno dell’alleanza Nato, e nel fidelizzarne gli esponenti di punta.

Cossutta in particolare, poi, sembrava avere rapporti privilegiati con i servizi segreti sovietici. Nel 1991 un giornalista russo,  Alexander Eviakhov, scrisse che Cossutta aveva ricevuto da Mosca, cinque anni prima, una somma in nero pari a 824.000 dollari. In quel caso, però, tutto il clamore finì con una pubblica smentita da parte dell’accusato.     

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