Con la mostra d'arte Giacomo Balla, "Un Universo di Luce”, Parma si confronta con uno dei giganti dell’arte italiana del Novecento. Curata da Cesare Biasini Selvaggi e Renata Cristina Mazzantini con la collaborazione di Elena Gigli, l’esposizione riunisce per la prima volta, fuori dalle mura della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, oltre sessanta opere del maestro futurista. Un’operazione ambiziosa, che promette di restituire l’intera parabola di Balla ma che, proprio per la sua ampiezza, rivela luci e ombre. L’allestimento al Palazzo del Governatore, elegante ma non privo di rigidità, accompagna il visitatore lungo un percorso cronologico e tematico in tredici sale, dagli anni del realismo sociale fino alle ultime sperimentazioni figurative. Si apre con il toccante Nello specchio (1901-1902), dipinto che Puccini avrebbe voluto acquistare, e si chiude con La fila per l’agnello del 1942, testimonianza di un Balla maturo ma non rassegnato. Il merito principale della mostra è quello di offrire, finalmente, un quadro organico della produzione di un artista troppo spesso ridotto al solo periodo futurista. Le opere del ciclo Dei viventi, in particolare La pazza e I malati, restituiscono la dimensione umana e inquieta di un pittore che non fu solo cantore della velocità, ma anche attento osservatore delle fragilità del suo tempo. Le sezioni dedicate ai disegni e agli studi preparatori rivelano invece l’instancabile disciplina di un autodidatta rigoroso, ossessionato dal problema della luce e della sua scomposizione dinamica. Tuttavia, nel desiderio di abbracciare l’intera produzione dell'artista, l’esposizione rischia talvolta di disperdere l’attenzione. La densità di opere e apparati documentari, pur preziosa per gli studiosi, tende a sovraccaricare lo sguardo del visitatore comune. La narrazione curatoriale, fortemente filologica, lascia poco spazio alla forza visionaria di Balla, che pure emerge potente nei momenti in cui il colore e il movimento si liberano dalle maglie del racconto storico. Nonostante qualche eccesso di didascalismo, “Un universo di luce” resta un’occasione rara e necessaria, non tanto per celebrare l’ennesimo mito del Futurismo, quanto per restituirne la complessità, le contraddizioni e la sorprendente attualità; a più di un secolo dalle sue opere, Balla continua a ricordarci che la luce, reale o interiore, non è mai semplice rappresentazione, ma ricerca infinita. Nota descrittiva del Prof. Mario Carchini.