"Men. Due uomini." - Stefano Labbia ci mostra in punta di penna l'anima inquieta di un dramma sociale

"Il silenzio non è un'opzione"

Mariella Abbazi
25/10/2025
Attualità
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C’è un momento, in ogni nostra vita, in cui ci troviamo di fronte a verità che non possiamo ignorare. Non sono sussurri lievi, amici. Sono tuoni. Sono la manifestazione di un dolore che si è incancrenito nel tessuto della nostra società, e che esige non solo la nostra attenzione, ma la nostra azione. Oggi, parliamo di qualcosa di così profondamente radicato da sembrarci quasi inafferrabile, eppure è lì, davanti a noi: la violenza, nella sua forma più cruda e onnipresente. Una piaga che, come un’ombra persistente, si allunga senza distinzione di età, senza riconoscere confini di genere, senza categorie sociali che possano contenerla o escluderla.

È un fardello, non credete? Portare il peso di questa consapevolezza ogni singolo giorno, assistere alla cronaca che si fa eco di un male apparentemente irrefrenabile. Ci si chiede: Di chi è la colpa? È la domanda che risuona nei nostri cuori, nei nostri dibattiti, e persino nei nostri silenzi. Ed è una domanda che, con una certa ironia della sorte, sembra avere tante risposte quanti sono gli individui che la pongono. Ogni interlocutore, a turno, indica il proprio colpevole, tuonando con la certezza di chi crede di aver individuato l’unica verità. Ma la verità, amici miei, è quasi sempre una cosa più sfumata, più complessa, e infinitamente più dolorosa di quanto vogliamo ammettere.

Ecco perché è fondamentale che l’arte intervenga, che funga da specchio implacabile, capace di riflettere non solo ciò che è, ma ciò che siamo diventati.

La potenza di una narrazione che affonda le mani nella realtà è un dono raro. Quando un autore sceglie di non fare un passo indietro, di non edulcorare la brutalità del quotidiano, di non limitarsi alla finzione ma di elevare il fatto di cronaca a dramma esistenziale, allora stiamo assistendo a qualcosa di eccezionale. Questo tipo di arte non ha l’obiettivo di offrire soluzioni legali o giudiziarie; il suo scopo è molto più profondo, molto più umano. È quello di costringerci a sentire.

La narrazione in questione è stata descritta come un’opera che riesce a rendere tangibile l’immaginario. Ed è in questa transizione che risiede la sua forza sferzante. Leggere o assistere a questo dramma è come vedere una notizia di prima pagina prendere corpo, uscire dalla fredda carta del giornale o dallo schermo distante, per diventare carne e sangue, un’esperienza che ci tocca in modo viscerale. Pagina dopo pagina, scena dopo scena, la realtà – quella scomoda, quella che preferiremmo ignorare – divora la fantasia. E non lo fa con lentezza; lo fa con una progressione inesorabile che ci conduce dritti al climax.

Quando quel momento arriva, l’impatto è descritto come un pugno feroce. E questo, amici, non è un modo di dire. È la descrizione precisa di un risveglio emotivo. Significa che l’opera è riuscita a bypassare la nostra corazza intellettuale, quella che usiamo per distanziare il dolore, e a colpirci nel plesso solare dell’empatia. In quell’istante, non siamo più spettatori passivi; siamo partecipi, siamo interrogati, siamo costretti a confrontarci con l’orrore che troppo spesso releghiamo alla categoria del “non mi riguarda”.

Questo talento, la capacità di essere così chirurgicamente versatili nel mezzo espressivo, di non legare la propria analisi del quotidiano a un unico strumento, ma di renderla efficace attraverso la potenza delle immagini e la ferocia delle parole, è l’essenza di un grande affabulatore. È la prova che la forma è al servizio di un contenuto che non tollera compromessi. Non è importante come la verità viene detta, ma quanto forte e quanto sinceramente risuona.

Il vero merito, in questo percorso, è quello di riuscire a raccontare verità che sono profonde, complesse, a volte sgradevoli, senza mai cadere nella tentazione della banalizzazione. La banalizzazione è il nemico della comprensione. È ciò che ci permette di scrollare le spalle e di dire: “È solo un’altra storia.” Ma queste non sono solo storie. Sono frammenti di vite, sono il grido di allarme di una società che sta faticando a onorare i suoi impegni fondamentali: la sicurezza, la dignità, il rispetto reciproco.

In ultima analisi, opere come questa ci pongono una sfida. Non è una sfida facile, e non è destinata a chi cerca risposte pronte. È una sfida all’introspezione. Ci chiede di guardare non solo il dramma messo in scena, ma di interrogarci sul nostro ruolo in questo vasto, doloroso palcoscenico sociale. Come individui, come membri di una comunità, abbiamo la responsabilità di non distogliere lo sguardo quando la realtà si fa cruda. Dobbiamo accogliere il pugno, metabolizzare il dolore che esso porta, e trasformare quel trauma in un motore per il cambiamento e per una più profonda umanità.

Questo è il potere dell’arte straordinaria: non si limita a intrattenere. Essa ci trasforma. E in un’epoca in cui la violenza sembra essere diventata una lingua universale, non c’è nulla di più urgente che imparare a parlare, ancora una volta, la lingua dell’empatia e del rispetto.

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