«L’ultimo arcano» è un’opera che fonde psicologia, filosofia e spiritualità. Alessandro Benati racconta un viaggio interiore ambientato tra le Dolomiti, dove sogni e ricordi si mescolano alla realtà. Un romanzo che invita il lettore a guardare oltre l’apparenza, esplorando la dimensione più profonda dell’esistenza.
Ciao, Alessandro. Dopo una carriera nell’informatica, hai deciso di dedicarti alla narrativa. Cosa ti ha spinto a fare questo salto?
Anzitutto vorrei dire che non ho abbandonato del tutto l’informatica, che tanto mi ha dato e mi ha anche consentito di incontrare tante persone da cui ho tratto e traggo tuttora spunto per scrivere. Senza dubbio, quando ho iniziato a scrivere stavo attraversando una crisi professionale, che infatti mi ha portato a dare le dimissioni dal “posto fisso” e rimettermi a fare il consulente. Poi, l’esigenza di “esternare” quelle cose che poi sono confluite nel romanzo ha fatto il resto.
Tra i tuoi riferimenti letterari spiccano autori come Calvino e Vázquez Montalbán. In che modo queste influenze emergono nel tuo stile di scrittura?
Calvino mi ha sempre attratto e affascinato per la semplicità narrativa e al contempo la complessità dei temi che era capace di trattare, dalle “favole” a soggetti (in cui peraltro secondo me è stato un precursore) come l’ecologia, la mutazione della società… Stessa cosa per Vázquez Montalbán, uomo di grandissima cultura letteraria e filosofica, che ha inventato un personaggio “popolare” apparentemente semplice. Diciamo che mi faccio guidare da loro nel cercare di dire le cose nel modo più semplice possibile.
Stai lavorando a un secondo romanzo e ti stai avvicinando anche alla letteratura eno-gastronomica. Puoi anticiparci qualcosa su questi progetti?
In realtà la seconda è quasi più una “boutade”, legata al fatto che da un anno e mezzo circa io e mia moglie gestiamo un agriturismo. Del romanzo che sto scrivendo ora invece, posso dire che tratterò di reincarnazione in modo più esplicito, ma sempre cercando di non scadere nella saggistica e lasciando comunque libero il lettore di farsi una propria opinione. Sono due storie che avvengono in tempi molto distanti tra loro – nel presente una e in un tempo quasi mitologico l’altra – che possono trovare un punto di contatto nell’ottica delle ripetute terrene, oppure no. In ogni caso, saranno due vicende avvincenti e appassionanti, da tutti i punti di vista.
Qual è il ruolo della cucina autentica nella tua vita e come pensi che questa passione possa intrecciarsi con la scrittura?
È il compito che ci siamo dati nel nostro agriturismo: ritornare alla cucina delle nostre mamme, legata comunque a materia prima eccellente e quanto più a km 0. La cucina fa parte essenziale della vita ed è catalizzatrice di incontri, di intrecci, di passioni e per lo più unisce le persone, a differenza di molte altre passioni umane, che invece sono divisive. Senz’altro, nel romanzo che scriverò dopo quello che ho in cantiere ora, le darò molto spazio.