Il Giardino di Daniel Spoerri, Seggiano (GR)

Parco delle Sculture tra arte, anatomia e memoria della materia.

Mario Carchini
13/10/2025
Arte e Cultura
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Il Giardino di Daniel Spoerri, situato a Seggiano, sul versante meridionale del Monte Amiata, rappresenta una delle più dense riflessioni contemporanee sul rapporto tra arte, natura e corpo. Fondato dall’artista Daniel Spoerri, il parco si estende per oltre sedici ettari, raccogliendo più di cento opere che dialogano in modo diretto con il paesaggio e con il trascorrere del tempo. 

L’intero complesso è concepito come un organismo vivente, in cui la materia naturale e quella artificiale si fondono in un processo continuo di metamorfosi. In tale contesto, le installazioni che fanno riferimento all’anatomia e all’osteologia, umana e animale, assumono un valore centrale. Scheletri di tori, scimmie e altre creature emergono dal terreno o si articolano in strutture metalliche, evocando la tensione tra la vitalità residua della forma e la fissità della morte. L’osso, residuo e testimonianza, si trasforma in elemento scultoreo e simbolico: non semplice memento mori, ma segno di una persistenza dell’essere nella materia. 

L’interesse di Daniel Spoerri per la struttura anatomica si inserisce in una tradizione ampia che, dall’età moderna fino al contemporaneo, ha trovato nel corpo scomposto un terreno privilegiato di indagine estetica e ontologica. Dalle anatomie artistiche rinascimentali di Leonardo, Vesalio, fino ai secoli XVII e XVIII, con le cere anatomiche di Clemente Susini e i modelli della Specola di Firenze, il corpo sezionato è stato strumento di conoscenza, ma anche di contemplazione. Nell’arte del Novecento, tale tradizione si rinnova e si trasforma, l’anatomia non è più solo rappresentazione della verità corporea, ma metafora della condizione umana e della sua fragilità. Le sperimentazioni di Francis Bacon, ad esempio, deformano il corpo per restituirne la tensione interiore; Joseph Beuys ne fa materia rituale e spirituale, utilizzando grasso e feltro come nuove anatomie simboliche. 

Negli anni Ottanta e Novanta, la riflessione sul corpo si radicalizza. Gli artisti della cosiddetta “anatomia concettuale”, da Damien Hirst a Marc Quinn, passando per Kiki Smith, utilizzano veri e propri reperti organici, scheletri, organi e fluidi corporei per indagare il confine tra vita, morte e rappresentazione. In questo panorama, Spoerri si distingue per la sua capacità di coniugare ironia post-dadaista e profondità antropologica, fondendo l’elemento osteologico con la dimensione ambientale e memoriale. Nel Giardino di Seggiano, le strutture scheletriche non appaiono mai isolate, ma sono inserite in un dialogo continuo con la vegetazione e con la geologia del luogo. 

Le ossa di toro, simbolo di sacrificio e forza vitale, e quelle di scimmia, che rimandano alla genealogia evolutiva dell’uomo, si fanno reperti di un’umanità condivisa. La decomposizione non è rappresentata come negazione, ma come fase di un ciclo cosmico in cui il corpo ritorna alla terra e la materia si rigenera in altra forma. In tale prospettiva, l’opera di Spoerri può essere letta in parallelo a quella di artisti come anatomia dei sentimenti di Jan Fabre, che utilizza scheletri e corpi tassidermizzati per costruire allegorie sulla conoscenza e sul tempo, o come Christian Boltanski, per il quale la memoria dei corpi scomparsi diventa il nucleo poetico della sua ricerca. Spoerri, tuttavia, si distingue per la dimensione archeologica del suo gesto artistico, nel suo giardino, l’anatomia non è esibita come shock visivo, ma come stratificazione di segni

Il Giardino di Daniel Spoerri si configura dunque come un laboratorio di antropologia visiva, in cui l’anatomia, umana e animale, viene trascesa in chiave simbolica e filosofica. Le ossa, riprodotte in bronzo, deposte nel paesaggio, diventano documenti plastici della memoria della materia, elementi di un linguaggio che parla dell’impermanenza e della continuità della vita. Inserendosi nella lunga tradizione artistica dell’anatomia, Daniel Spoerri rinnova il significato del corpo nell’arte contemporanea, sottraendolo alla pura dimensione biologica per restituirlo al suo statuto di forma viva del pensiero, dove la scienza, la poesia e la morte coesistono in equilibrio fragile e necessario. Nota descrittiva del Prof. Mario Carchini, docente dell'Accademia Statale di Belle Arti di Carrara.

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