In Italia lo chiameremmo “atto futurista”. Come le biglie colorate che riempirono, con un tocco di teppistica goliardia, la vasca della Barcaccia a Roma. O la tinta rosso sangue che, per un giorno, caratterizzò lo specchio ‘acqua della fontana di Trevi, sempre nella nostra capitale.
A Mosca, invece, quello che è avvenuto il 9 novembre, anche se è pur sempre ars gratia artis, è un pochino più estremo. Il Graziano Cecchini russo si chiama Pyotr Pavlenski, già assurto agli onori delle cronache, proprio come Cecchini da noi, per opere di eclatante provocatorietà. Qualche differenza c’è: mentre, da parte di Cecchini, l’attentato al patrimonio artistico è semplicemente “tentato” (ma, di fatto, non arreca alcun danno serio), da parte di Pavlenski il virtuosismo del gesto estremo è vandalismo vero e proprio. Talvolta con punte di vero e proprio autolesionismo.
L’ultima vittima della sua missione artistica è la porta della Lubjanka, l’antico quartier generale del Kgb,il servizio segreto sovietico, il Kgb, e ora sede dell’attuale intelligence russa, la Fsb: l’ha cosparsa di benzina e, con un accendino, le ha dato fuoco.
Colto sul fatto, Pavlenski, come gli era già capitato più volte in passato, è stato immediatamente fermato. Non prima, però, di aver motivato pubblicamente ragioni e significato del suo atto: ”Un guanto di sfida – ha detto – lanciato dalla società in faccia alla minaccia terroristica, e nello stesso tempo una ritorsione contro il terrore che lo stesso Fsb esercita ai danni dei cittadini”.