Ha fatto flop, come quando cadono i sacchetti di plastica (polietilene) che produce.
Uno stabilimento che produceva quel tipo di oggetti, ospitato in un palazzo di quattro piani a Lahore, nel Pakistan orientale, è crollato il 4 novembre scorso, insieme al resto dell’edificio, e naturalmente non senza conseguenze umanitarie. Dai sedici morti delle prime ore si è passati ai cinquantatré accertati sulla base degli ultimissimi aggiornamenti, forniti da Geo Tv, canale televisivo nazionale pakistano.
Al momento del crollo, riferivano le agenzie che hanno lanciato sul web la notizia, si trovavano, sparsi su due piani dell’edificio, tra i centocinquanta e i duecento operai. E non erano impiegati della fabbrica: in realtà il palazzo che ne era sede, nel quartiere di Sundar industrial estate, era ancora un cantiere, e all’edificazione del terzo piano (ma c’era già in progetto di farne un quarto) le maestranze stavano lavorando proprio al momento del fattaccio. Secondo il sito dell’Ansa, la causa del crollo sarebbe stata un cedimento strutturale.
Il numero dei feriti si aggirava, prima degli ultimi aggiornamenti, sulle settanta unità. Non è detto che siano diminuiti, proporzionalmente all’aumentare del conto dei morti. I soccorritori a tutt’oggi impegnati senza sosta nel delicato compito di rimuovere le macerie continuano, anzi, a sperare che da esse possano essere ancora cavati fuori parecchi sopravvissuti. In effetti, come conferma la stessa Geo Tv, qualche segnale di vita si leva da dentro le rovine: uno squillo di cellulare avrebbe segnalato la presenza di una persona, ancora salvabile.
E potrebbe non essere un caso isolato.