Il bello della storia.
Prima o poi arriva sempre un giorno in cui la buona battaglia dei grandi perseguitati politici e delle grandi vittime della giustizia si prende la rivincita. La rivincita su quel potere angariante e soppressivo contro cui hanno promesso di combattere fino alla fine. E dunque arrivano essi stessi a sostituirsi a quel potere, così da avere l’opportunità di sperimentare quanto quei loro ideali di equità e democrazia siano effettivamente realizzabili, a vantaggio del loro popolo.
Era successo nella Polonia della fine degli anni ’80, quando un leader sindacale, Walesa, “gemello in spirito” di quel fiero avversario della cortina di ferro che era il Santo Padre di allora, l’altro polacco Wojtila, divenne presidente di un Paese dal cui regime comunista era stato bollato, insieme alla sua organizzazione, Solidarnosc. Era successo in Sudafrica, nel ’94, quando, a quattro anni dalla sua scarcerazione, Nelson Mandela, il simbolo vivente della lotta contro l’Apartheid, fu chiamato a guidare i destini del suo popolo.
Ed è quello che sta succedendo anche in Myanmar, proprio in queste ore. Lo spoglio delle schede delle elezioni politiche, svoltesi ieri nel Paese, al momento in cui scriviamo è per la verità ancora in corso. Ma le piazze delle città sono state già invase dai sostenitori di Aung San Suu Kyi, la paladina dei diritti umani nemica n.1 del regime militare birmano. Premio Nobel per la pace nel 1991 (ritirato però solo nel 2012), e quasi ininterrottamente per quindici anni costretta agli arresti domiciliari.
È sua la vittoria, sua e del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, di cui è fondatrice e segretaria, dal 1988. “Abbiamo il 70% dei voti”, dicono i collaboratori della Suu Kyi, e la notizia circola immediatamente in rete grazie al tweet dell’emittente televisiva nazionale cinese, Cctv. Quasi a ruota, poi, arriva l’ammissione della sconfitta da parte dell’Usdp, il Partito della solidarietà e dello sviluppo per l’unione fino ad oggi al potere. Laggiù in Myanmar qualcosa sta cambiando, qualcosa è già cambiato.
Considerato che l’80% dei cittadini birmani è affluito alle urne, il 70% delle preferenze è un plebiscito vero e proprio (si noti che basterebbe il 67% dei suffragi perché la Lega Nazionale per la Democrazia possa governare da sola). Un plebiscito, come in realtà c’era già stato in favore della Suu Kyi nell’ormai lontano 1990, proprio quando Mandela, ad altre latitudini, veniva liberato. In quell’angolo della penisola indocinese, invece, i militari, che erano già arbitri incontrastati della situazione da alcuni anni, decisero di annullare i risultati delle urne e di arrestare la leader umanitaria. Ma oggi la storia ha deciso di riequilibrare.