Quando Jordan Bardella, presidente del Rassemblement National e astro nascente della destra francese, ha preso la parola a Pontida, ha usato toni trionfali: “Ripristineremo le nostre frontiere, nessuno da Bruxelles potrà più imporci le cose che il popolo francese non vuole”. Ha parlato di orgoglio nazionale, di libertà di espressione minacciata e di una Francia ferita che avrebbe bisogno di ritrovare se stessa. Applausi, slogan, bandiere. Tutto il repertorio della politica nazionalista.
Eppure, ascoltando Bardella, emerge un paradosso che spesso si ripete in figure di questo tipo: l’uomo che predica la purezza nazionale è lui stesso il frutto di origini miste, complesse, intrecciate. Nato a Drancy, nella periferia parigina, Bardella è figlio unico di una famiglia modesta con radici italiane e algerine. Il nonno paterno era partito da Alvito, nel Lazio, mentre la linea materna affonda a Torino e nel Piemonte industriale degli anni ’60. Persino la nonna paterna era figlia di un immigrato algerino che, arrivato in Francia negli anni ’30, lavorava come manovale nei cantieri. Insomma: la biografia di Bardella è la dimostrazione vivente di come la Francia sia, da un secolo, terra di mescolanza e incrocio.
Il nazionalismo come rimozione delle origini
Non è la prima volta che accade: molti leader nazionalisti, anziché rivendicare con orgoglio le proprie radici plurali, finiscono per rinnegarle. È come se la paura di essere percepiti come “non abbastanza” francesi, italiani, tedeschi li spingesse a estremizzare la retorica identitaria. Nel tentativo di cancellare ogni ombra sulla loro appartenenza nazionale, diventano i più accaniti difensori dei confini, delle frontiere, delle esclusioni.
La contraddizione è lampante: chi dovrebbe essere il simbolo di un’Europa meticcia e aperta si erge invece a guardiano delle porte chiuse. Come se l’orgoglio per la propria miscela culturale fosse un peso da nascondere e non un valore da condividere.
Il sogno pericoloso del ritorno alla sovranità nazionale
Ma cosa significherebbe, nella pratica, quel “ritorno alla sovranità nazionale” che Bardella promette?
Molti lo applaudono senza rendersi conto delle conseguenze: la fine della libera circolazione, dogane e controlli di frontiera, visti, code interminabili per attraversare ciò che oggi è un semplice confine. Milioni di cittadini europei – studenti Erasmus, lavoratori transfrontalieri, famiglie divise tra più Paesi – vedrebbero complicarsi la loro vita quotidiana.
Non è solo questione di comodità: è questione di memoria storica. Quelle frontiere che oggi appaiono “stupide” o “idiote”, come le ha definite qualcuno, sono state tracciate nel sangue di due guerre mondiali. Milioni di morti per pochi chilometri di terra, per un valico alpino, per una linea di confine. Riproporre il nazionalismo come soluzione equivale a riaprire la porta ai fantasmi peggiori del Novecento.
La lezione di De Gasperi
C’è chi, di fronte alle stesse contraddizioni storiche, scelse un’altra strada. Alcide De Gasperi, uno dei padri fondatori dell’Europa unita, era figlio di una terra di confine, il Trentino allora sotto l’Impero austro-ungarico. Anche lui crebbe in una realtà plurale, con identità miste e spesso conflittuali. Ma da quella condizione non trasse rancore o rivalsa, bensì la convinzione che solo un’Europa senza confini potesse garantire pace e prosperità.
Mentre Bardella sogna una Francia chiusa, De Gasperi immaginava un continente aperto. Mentre il leader del Rassemblement National evoca la paura dell’altro, il politico trentino guardava al futuro con la forza della cooperazione.
Una storia familiare che parla al presente
Forse la mia avversione personale per questo tipo di discorso nasce anche dalle mie radici. Mio nonno era del Tirolo, italiano di nazionalità ma austriaco di cittadinanza. Dopo la guerra, il suo paese fu raso al suolo, le case di famiglia distrutte, senza alcun risarcimento. Costretto a fuggire a Milano con i genitori, visse da profugo, malvisto e abbandonato dallo Stato italiano in cui avevano cercato rifugio. Per anni furono apolidi, senza una patria, fino alla cittadinanza nel 1920.
Eppure, da quella sofferenza non nacque l’odio. Mio nonno non scelse mai la via del rancore né del nazionalismo esasperato. Accolto solo dalla Chiesa ambrosiana e dalla società umanitaria, capì che la solidarietà supera i confini, che l’appartenenza non è una bandiera ma una rete di relazioni. Da lui ho ereditato la convinzione che le identità miste, i percorsi di esilio e di ritorno, siano una ricchezza, non un fardello.
L’Europa come spazio di civiltà
Chi oggi invoca il ritorno alla “sovranità nazionale” ignora volutamente tutto questo. Non vede che l’Europa è nata proprio per evitare il ripetersi delle tragedie novecentesche. Non comprende che i benefici di una cittadinanza europea – la possibilità di viaggiare, studiare, lavorare ovunque – sono conquiste storiche, non semplici comodità.
Smontare l’Unione significa tornare indietro di settant’anni. Significa mettere a rischio la stabilità economica, la cooperazione politica, la pace quotidiana che diamo per scontata. Perdere l’Europa non sarebbe un ritorno a un’età dell’oro, ma un salto in un passato di divisioni e conflitti.
Conclusione: la vera identità europea
Jordan Bardella dice di voler restituire orgoglio ai francesi. Ma quale orgoglio? Quello chiuso, esclusivo, impaurito? O quello che nasce dalla consapevolezza di essere parte di una storia comune, intrecciata, meticcia?
La verità è che non esistono popoli puri, non esistono identità monolitiche. L’Europa è da sempre un mosaico di culture, lingue e origini. E proprio da questa varietà nasce la sua forza.
Io, erede di una famiglia che ha conosciuto la violenza delle frontiere e l’umiliazione dell’esilio, non posso che diffidare di chi oggi promette muri e confini. Preferisco l’esempio di De Gasperi, che da uomo di confine seppe immaginare un futuro senza barriere.
Bardella rappresenta la nostalgia di un mondo chiuso che non esiste più. L’Europa, con tutte le sue contraddizioni, resta invece la promessa di un futuro aperto. E spetta a noi decidere quale strada imboccare: quella del rancore nazionalista o quella della speranza europea.