Jumilla e il pericoloso ritorno del suprematismo religioso in Europa

marco baratto
08/08/2025
Attualità
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A Jumilla, piccola città della regione di Murcia, è stato approvato un provvedimento che vieta ai musulmani l’utilizzo di spazi pubblici per celebrare le festività religiose dell’Eid. La misura, proposta dal Partito Popolare e sostenuta da Vox, è passata poche settimane dopo le rivolte anti-migranti a Torre Pacheco, a settanta miglia di distanza, scatenate in seguito a un’aggressione attribuita a tre uomini di origine marocchina.

La formulazione del divieto parla di impedire l’uso di palazzetti, centri civici e altre strutture per “attività religiose, culturali o sociali estranee alla nostra identità”, a meno che non siano eventi ufficialmente organizzati dal consiglio comunale. Ma il messaggio politico dietro queste parole è tutt’altro che neutro: per molti osservatori si tratta di un attacco diretto alle tradizioni islamiche e a un principio cardine della Costituzione spagnola — la libertà di religione.

Non a caso, il partito Vox ha celebrato la misura sui social, affermando:

“Grazie a Vox è stata approvata la prima misura che vieta le feste islamiche negli spazi pubblici spagnoli. La Spagna è e sarà per sempre la terra dei cristiani.”

Parole che risuonano come un campanello d’allarme. Perché la Spagna è stata anche la terra dell’Andalusia musulmana, crocevia di saperi, convivenza e tolleranza tra musulmani, cristiani ed ebrei. Fu proprio l’uso politico della religione cattolica, nei secoli passati, a cancellare quell’eredità: prima espellendo i musulmani, poi perseguitando ed espellendo gli ebrei.

Oggi, la storia sembra ripetersi sotto forme nuove. Movimenti politici che si proclamano “difensori della cristianità” stanno in realtà usando il nome di Cristo come strumento di divisione, discriminazione e paura. Come cristiano, non posso che vergognarmi di vedere la mia fede ridotta a bandiera di battaglia contro altri figli di Dio. Cristo non è proprietà di un partito. Il Vangelo non è un manifesto politico di esclusione.

Serve reagire, e serve farlo ora. Non basta indignarsi a parole: è il momento di una grande iniziativa europea che unisca cristiani, musulmani ed ebrei contro ogni forma di suprematismo religioso e razzismo. Un fronte comune per riaffermare che le fedi — tutte — nascono per avvicinare, non per dividere.

A ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, non possiamo restare indifferenti al risorgere di un suprematismo che, pur travestito da difesa della tradizione, ripropone logiche di esclusione già viste nella storia più buia del continente. La memoria non è un esercizio retorico: è un dovere.

Se non agiamo insieme oggi, rischiamo di ritrovarci domani a guardare indietro e chiederci, ancora una volta: come abbiamo potuto permetterlo?

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