Roba da sterminare tre eserciti. E non solo.
Nel deposito di sostanze chimiche dell’area industriale di Tianjin, deposito da cui ha avuto origine il disastro che ha funestato la giornata del 13 agosto, erano stoccate ben settecento tonnellate di cianuro di sodio, una quantità, cioè, addirittura settanta volte superiore a quella che avrebbe dovuto e potuto contenere.
A rivelarlo è stato Shi Luze, il comandante militare della municipalità di Tianjin, la quarta più grande di tutta la Cina. Il cianuro killer, ha spiegato Shi, è stato individuato in due punti diversi dell’area occupata dal deposito prima della catastrofe (ora diventata una gigantesca fossa di cenere, sopra cui spirano gli ululati di fantasmi tossici).
E mentre il numero dei morti per la terribile deflagrazione è ormai salito a 112 (i dispersi sono invece giunti a quota 95), per neutralizzare gli effetti del cianuro residuo, che a contatto con l’acqua diventa l’accendino di Minosse (e che infatti continua a causare piccole esplosioni), si sta impiegando in modo massiccio il perossido di idrogeno. La sua azione (salvifica) è quella di trasformare per ossidazione il cianuro in cianato, che ha una tossicità meno elevata.
La Cina non è nuova a fattacci di notevole impatto ambientale come quello di Tianjin, specie negli ultimi anni: nel 2013 un’esplosione, che si verificò in una miniera di carbone nella provincia di Guizhou e fu dovuta ad una fuga di gas, provocò un’ecatombe: perirono 1049 lavoratori. Il 13 luglio del corrente anno una fabbrica di fuochi d’artificio esplose nella provincia di Hebei: quindici morti e decine di feriti. Il 2 agosto, poi, cioè praticamente l’altro ieri, altra esplosione, questa volta in una fabbrica di ruote per auto non lontano da Shanghai. Settantuno operai persero la vita. La causa, stando alle fonti, l’eccessiva concentrazione di polveri di alluminio all’interno dello stabilimento..