La notizia è arrivata dalle agenzie russe: Ginevra non ospiterà il secondo round di negoziati diretti tra Russia e Ucraina. La ragione ufficiale, come riportato dall’agenzia di stampa Tass, è che “la Svizzera non può più essere considerata un Paese neutrale”. Una dichiarazione che ha il sapore di una sentenza definitiva, soprattutto per una nazione che ha costruito parte della propria identità geopolitica proprio attorno alla neutralità, diventandone emblema e sede privilegiata per trattative internazionali, conferenze di pace e incontri segreti tra potenze avverse.
Che la Svizzera non sia più vista come neutrale dalla Federazione Russa non è sorprendente, se si considerano le sanzioni adottate da Berna in linea con l’Unione Europea dopo l’invasione dell’Ucraina. Pur con un approccio meno militante, la Svizzera ha abbandonato la sua tradizionale equidistanza. Per Mosca, questa è una rottura insanabile. Il principio cardine della neutralità, cioè l’equidistanza attiva, non può essere piegato senza conseguenze. Così Ginevra, che pure era stata ventilata come possibile sede per nuovi negoziati dallo stesso inviato speciale della Casa Bianca per l’Ucraina, Keith Kellogg, in un’intervista a Fox News, viene esclusa dal tavolo.
Nel mondo della diplomazia, la scelta del luogo per negoziare non è mai una decisione puramente logistica. È, al contrario, fortemente simbolica. Ginevra, con la sua lunga storia di dialoghi internazionali e la presenza di numerose organizzazioni sovranazionali, avrebbe potuto garantire continuità istituzionale e discrezione. Ma proprio quel simbolismo oggi appare compromesso agli occhi della Russia, che vede in ogni scelta dell’Occidente una presa di posizione.
È in questo contesto che si fa spazio un’ipotesi tanto inusuale quanto suggestiva: quella del Vaticano. Non come mediatore – ruolo che il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha già esplicitamente rifiutato, affermando che “due nazioni ortodosse non possono chiedere la mediazione di cattolici” – ma come luogo neutro, protetto, sicuro. E soprattutto, capace di evocare qualcosa che vada oltre la semplice realpolitik.
Il Vaticano, infatti, offre qualcosa che nessun’altra sede può garantire: una dimensione extraterritoriale, che gode di uno status unico nel diritto internazionale. I suoi confini, sorvegliati ma permeabili, garantiscono la riservatezza; i suoi ambienti sono sobri, privi di tecnologia invasiva; il suo personale è addestrato da secoli all’arte della discrezione. Ma soprattutto, il Vaticano – pur non essendo un mediatore ufficiale – si pone come “terzo spazio” per eccellenza. Nessuno lo possiede, eppure tutti ne riconoscono il peso morale.
Pensare che il luogo dei colloqui possa essere la Cappella Sistina può sembrare provocatorio, quasi sacrilego per alcuni. Ma è proprio questo l’aspetto affascinante. Davanti al Giudizio Universale di Michelangelo, con le sue figure drammatiche, ascetiche, disperate e salvate, tre potenze – Stati Uniti, Russia e Ucraina – si troverebbero a dover fare i conti con qualcosa che supera la mera logica del conflitto. Un monito visivo, quasi teatrale, sulla fragilità dell’uomo e la responsabilità della scelta.
Le parole di Lavrov sono state inequivocabili. Rifiutare la sede vaticana in quanto espressione del cattolicesimo, in un momento in cui nessuna delle parti chiede al Papa di intervenire come giudice o arbitro, sembra una mossa ideologica, non diplomatica. Ma qui il nodo è più profondo. La Russia, che si identifica sempre più come difensore della cristianità ortodossa, interpreta ogni concessione a realtà esterne (e occidentali) come un rischio per la propria narrazione identitaria. Tuttavia, questa posizione rischia di chiudere spazi potenzialmente utili. Nessuno ha chiesto la mediazione del pontefice, solo l’uso di un ambiente protetto e simbolicamente alto.
Quello che oggi si combatte in Ucraina non è solo un conflitto armato, ma anche una guerra d’immagini, propaganda e narrazioni. Per questo ogni gesto – anche la scelta del luogo per incontrarsi – assume un valore moltiplicato. La rinuncia a Ginevra non è solo tecnica, è simbolica. Così come sarebbe simbolica l’accettazione del Vaticano. E ancora più potente sarebbe la scelta della Cappella Sistina: un luogo che costringe a guardare verso l’alto, mentre si discute su cosa fare della terra.
In un mondo frammentato, con le diplomazie tradizionali messe alla prova e le alleanze fluide, servono anche gesti che sappiano parlare all’immaginario. Offrire una tregua, fosse anche solo temporanea, all’ombra del Giudizio Universale, sarebbe un atto di teatro politico di rara efficacia.
C’è un ultimo aspetto da considerare. In Cappella Sistina si svolge il Conclave, l’evento più silenzioso e misterioso della Chiesa. Un rito che impone isolamento, riflessione, e alla fine una scelta. Inoltre, come si dimostra è il luogo più isolabile del mondo , anche dalle nuove teconologie. Non è un caso che proprio in quel luogo non si parli, ma si voti. Forse, proprio da lì, i leader di Usa, Russia e Ucraina potrebbero trovare il silenzio necessario per dire le parole giuste. O almeno smettere di dirne di sbagliate.