C’è voluta la sua morte vera, effettiva, avvenuta nel giugno del 2011, perché venissero finalmente messe a tacere tutte le voci che volevano Osama bin Laden morto da anni, magari da subito dopo l’attentato alle Torri Gemelle, o addirittura che negavano fosse mai esistito.
Una sorte simile è toccata al mullah Omar, per gli amici-mujaheddin anche noto come Amir al- Mumini, n. 2 di al Qaeda vivente bin laden, e poi incontrastato superleader dell’organizzazione. Un rapporto speciale, quello del mullah con il nemico n. 1 dell’’Occidente: braccio destro, ombra, eminenza grigia, suo luogotenente nella conquista di Kabul alla fine di settembre del ’96 (il regime talebano stava ponendo le sue fondamenta in Afghanistan, e gli Usa e Bill Clinton benedicevano), e poi parente stretto dello sceicco, grazie al matrimonio contratto con una delle sue figlie, allora tredicenne.
L’imam guercio che ti scruta come fosse il volto di un bronzo di Riace, indelebile souvenir anni ’80 di una bomba sovietica; l’autorità religiosa da 10 milioni di dollari (a tanto ammonta la taglia posta sulla sua testa dal 2001) che non disdegna di montare su una motocicletta per sfuggire agli inseguitori, motocicletta comunque non guidata da lui (ma ve lo sareste immaginato uno come Khomeini su uno di quegli infernali veicoli a due ruote?). La vice-leggenda diventato leggenda, dopo la scomparsa di quella titolare. Morto da chissà quanto (su Wikipediia si indica il 2013 come data a partire dalla quale non si hanno più notizie certe sul personaggio), oppure no.
“Il leader supremo dei talebani, il mullah Omar, è stato ucciso". Con questa dichiarazione lapidaria, sconvolgente, epocale, un funzionario del governo di Kabul ha servito oggi lo scoop del giorno (dell’anno?) all’emittente nazionale 1TvNews. La fonte della notizia, attendibile già di suo, non ha mancato di fornire ulteriori certificazioni: il decesso del capo talebano, ha aggiunto, è stato confermato durante un vertice dei servizi di sicurezza afghani.
Nessun ulteriore dettaglio, però, sui tempi, il luogo e la modalità della morte. Sul fronte dei talebani, intanto, prevedibilmente, la linea è quella ultra-negazionista. Il mullah Omar “è vivo e lotta ancora insieme a noi”, ha dichiarato il loro portavoce. Il sito dell’Emirato islamico dell’Afghanistan (così si è rinominato da qualche anno il movimento talebano nel Paese dell’oppio) continua a pubblicare messaggi del leader supremo come se nulla fosse. Nessun annuncio dell’ultima ora sembra turbare il lavoro, e l’attesa, per quella che, prima di stamani, era la sola notizia destinata a fare epoca a Kabul e dintorni: un secondo giro di colloqui fra una delegazione talebana e esponenti del governo del presidente Ashraf Ghani per l'apertura di un dialogo di pace e riconciliazione inter-afghano.
Una vita spesa, prima ancora che per al-Qaeda e per bin Laden, per la causa talebana, quella del mullah Omar (ammesso che si sia veramente conclusa). Studente fondamentalista della primissima ora, vide nascere il movimento in Pakistan con il beneplacito del governo e dei servizi segreti di Islamabad. Furono loro ad armare lui e gli altri pionieri talebani, e a condurli alla conquista di Kandahar, punto di partenza per l’espansione nel resto dell’Afghanistan. Poi, l’incontro fatale con bin Laden e la sua multinazionale, e l’inizio di un binomio di potenza e di terrore.