Ha il capello “alla Baglioni”, e nel suo ambito professionale è certamente affascinante e carismatico quanto lui.
Ha un accento romano genuino, condito da sapienti inflessioni inglesi. Lingua che parla benissimo: e non potrebbe essere altrimenti, dato il rapporto di lunghissima data che ha con gli Stati Uniti, rapporto iniziato sin dagli anni della sua formazione. Se cercate l’identikit del perfetto Americano a Roma, potete rivolgervi a lui: Antonello “Tony” Villani, documentarista e fotografo la cui fama vola dal Tevere a Los Angeles. Con storie come Roman Kosher, o quelle della serie di A ticket to Hollywood. Con lui continuiamo il discorso sui principi teorici del documentario, a cui, su queste pagine, aveva già contribuito, con altrettanta autorevolezza, Raffaele Brunetti.
Professor Villani, facciamo un gioco di equivalenze tra cinema e letteratura: se il film è come un’opera letteraria di finzione, il documentario è parente di un’opera letteraria più scientifica?
No. Direi che queste categorizzazioni stanno un po’ strette al film documentario. Ma mi sembra asfittico, in realtà, anche definirlo semplicemente come un film di non finzione, basato sulla realtà e che utilizza “attori” che sono persone reali. Comunque, se proprio dobbiamo trovare un punto di partenza, partiamo pure da “storie vere” e “personaggi veri” al servizio di una produzione audiovisiva che resta, sempre e comunque, cinema.
L’intervista è la regina dei materiali di un documentario?
L’intervista è senz’altro un elemento fondamentale, anche se non mancano modelli classici di documentario in cui se ne fa a meno. Però è un importante tocco di drammatizzazione, quindi ha un valore imprescindibile in chiave narrativa (e ricostruttiva).
Che cosa possiamo intendere con “contaminazione di materiali” in un documentario? Blob si può definire un linguaggio paradocumentario?
Bisogna essere chiari: il documentario è innanzitutto un film. Formalmente, un film a tutti gli effetti. E come non vorremmo trovare nel montato di un normale film cinematografico elementi “alieni”, o tali da spezzare il ritmo narrativo, così anche nella struttura del documentario sarebbe bene non divagare. Il problema è che, per la sua particolare natura, spesso il documentario si trova ad essere accostato a prodotti più genuinamente legati all’informazione, o alla veicolazione di contenuti didattici, o anche finalizzati alla dimostrazione di tesi: ma il documentario, lo ribadisco, è cinema, e il cinema, in forme di maggiore o minor finzione, mette in scena la vita. Sarà poi esclusivamente compito dello spettatore trarre delle conclusioni e, perché no, delle lezioni. Comunque, per particolari esigenze funzionali, o quando il documentario non racconta una vicenda di cui si abbiano a disposizione “fonti vive”, ma tenta di ricostruirne una magari più lontana nel tempo, è lecito essere più elastici, e accettare che “nell’impasto” del film ci siano anche materiali d’archivio, immagini di repertorio, e, perché no, perfino ricostruzioni con attori professionali, realizzate in studi cinematografici veri e propri.
Le fasi di composizione di un documentario sono veramente così simili a quelle di un film di finzione?
C’è una differenza sostanziale: nel film di finzione il finale è già stato programmato nella sceneggiatura, nel film documentario, invece, non c’è mai un finale costruito in partenza. L’idea, in fondo, è quella del “viaggio”, nel senso di esperienza conoscitiva che si vive nel mentre si affronta la storia, e ci si immerge dentro.
Come si costruisce un documentario partendo da un tema?
Nel cinema, come nel resto dell’arte narrativa, non si parte mai da un tema, ma da una storia. E la storia viene fuori da quello che ha da dire il personaggio che hai individuato.
Ecco perché il casting è importante tanto nel film di finzione quanto in quello documentario: proprio perché, in entrambi i casi, è la chiave della sua qualità coinvolgente. Come, infatti, per una buona pellicola che deve far cassetta si scelgono gli attori più bravi e più appropriati per ogni ruolo, così anche per un buon documentario bisogna scegliere gli “attori” (protagonisti, testimoni, parti in causa, esperti etc.) in base alla loro forza comunicativa, significativa. Alla fine, è proprio questo ciò che rende il documentario più vicino al cinema che all’inchiesta: il fatto che i volti e le voci che vi appaiono sono scelti apposta perché restino nel ricordo e nell’immaginazione dello spettatore, e non siano semplicemente al servizio di un argomento da sviluppare. Dietro al quale finiscono per diventare pallide comparse.