Ennesimo capitolo del processo Stato-mafia. A Palermo, venerdì 17 aprile, è il giorno di Carmelo D’Amico. In apertura di deposizione, il pentito messinese di mafia aveva preannunciato cose grosse, nomi grossi, a rischio della sua stessa sicurezza. Rivelazioni-bomba.
“I nomi che farò oggi sono di persone capaci di tutto. Parlo dei registi della politica, che cercheranno di togliermi di mezzo, con ogni mezzo.” Questa la premessa di D’Amico alla testimonianza resa al pm Antonino Di Matteo. Parole, le sue, che non si sentivano dai tempi del primo storico pentito di mafia, Tommaso Buscetta. Di certo, dall’alto dei suoi trenta omicidi (tanti se ne attribuisce egli stesso), il boss di Barcellona non ha nulla da invidiare al grande padre di tutti i dissociati, che di omicidi in curriculum, in fondo, ne aveva solo due (uno duplice nel ’68; prima e dopo, tanto contrabbando di tabacco e di droga). E le sue parole, come aveva promesso, hanno avuto un impatto paragonabile a quello delle confessioni dell’ormai leggendario don Masino.
Oltre ad evocare ancora una volta il “fantasma” di Andreotti in relazione ai delitti Falcone e Borsellino, D’Amico ha fatto tanti altri nomi che valgono oro, anzi platino. In primis gli ex ministri Mancino (agli Interni all’epoca dei fatti oggetto dell’inchiesta, culminata nel processo) e Martelli (alla Giustizia). I quali, a detta del pentito, la cui fonte è il numero 25 di Cosa Nostra, il boss Antonino Rotolo, “pressati dai servizi segreti si rivolsero a Ciancimino (sindaco di Palermo negli anni ’70, ndr) per entrare in contatto con Riina e Provenzano.” Ciancimino si servì a sua volta di un intermediario, un altro boss, Antonino Cinà, medico oltre che uomo di mafia.
D’Amico affonda il bisturi, e aggiunge che Riina dapprincipio mostrava ritrosia ad entrare in contatto con il governo, ma poi fu convinto da Provenzano, che gli prospettò l’idea di poter ottenere dall’esecutivo di uno Stato pressoché in ginocchio “concessioni” in materia carceraria. Da qui partì la famosa trattativa.
Capitolo Forza Italia: nella ricostruzione del boss la vittoria del partito azzurro alle elezioni politiche del 1994 fu pilotata da Cosa Nostra, che portò alla ribalta esponenti come Alfano e Schifani. Inoltre, dentro il partito, nella prima, vincente fase della sua storia, il vero regista era l’ineffabile Marcello Dell’Utri, che teneva nelle sue mani Berlusconi.
La ciliegina sulla torta il mafioso barcellonese la riserva però proprio al magistrato a cui parla: la confessione-shock è proprio per lui, Di Matteo. La condanna a morte del presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo, rivela D’Amico, era stata infatti “decretata dai servizi segreti e Cosa Nostra perché si stava spingendo un po’ troppo nelle indagini sui rapporti tra Stato e mafia e stava diventando peggio di Falcone”. Per Di Matteo dev’essere stata una consolazione notare che, mentre Buscetta prediceva a Falcone che lo avrebbe trascinato nella sua medesima sorte di dolore e tragedia, D’Amico ha semplicemente detto che si aspetta che qualcuno proverà a fargli subire quello che già era stato tentato ai danni della vita del pm. Insieme a lui nella lista dei candidati all’eliminazione si trovava anche l’ex collega Antonio Ingroia.