Cina, sotto accusa ex capo della Sicurezza

Capi d’accusa pesanti

Gianluca Vivacqua
07/04/2015
Dal Mondo
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Corruzione, abuso di potere e rivelazione di segreti di Stato: in Cina la mannaia della campagna pro-glasnost, savonarolesca, del presidente Xi Jinpang continua ad abbattersi sulla nomenklatura politico-militare (si indaga infatti nei vertici del Partito Comunista così come nelle alte sfere dell’Esercito), senza riguardi per curricula e galloni.

Quei tre capi d’accusa pesano sul capo di Zhou Yongkang, ex capo dei servizi di sicurezza di Pechino. Zhou diventa così l’ultima vittima (la più illustre, perché con lui entriamo nel campo degli “intoccabili”) di una “mani pulite” scattata direttamente per volere del governo centrale: magari non porterà al collasso di un sistema politico, ma sicuramente sfronderà, decapiterà (lo sta già facendo, del resto) in modo cospicuo delle loro mele marce  l’establishment del partito e del Comitato Permanente del Politburo (l’organo di governo centrale, che del partito è da sempre l’espressione, e anzi corrisponde al vertice stesso del partito). Mele marce, che sono più di quante se ne possano immaginare. 

O si tratta solo di un disegno finalizzato ad un ricambio forzato? Quel che è sicuro è che la campagna-inchiesta, partita tre anni fa, ha cominciato in questi ultimi mesi a portare i suoi primi frutti. Per il futuro, quindi, si attende un raccolto ancora più grande e clamoroso. Si contano già a centinaia i funzionari del partito indagati per tangenti ed episodi di varia corruzione: per la precisione sarebbero duecentocinquanta. Che siano tigri (funzionari di alto livello) o mosche (esponenti di medio-basso livello), per tutti l’esito è obbligato, epurazione dal Comitato. Conseguenze giudiziarie escluse.

La stessa sorte per iniziare, è toccata, naturalmente, anche al settantatreenne Zhou, che della direzione del partito era stato una colonna. Era fuori dalla fine del 2014, in attesa di un’incriminazione ufficiale che è arrivata il 3 aprile da parte dei giudici del tribunale di Tianjin. La rivelazione di segreti di Stato è un reato che in Cina equivale al massimo tradimento della patria, e può essere punito con la pena di morte: Zhou, che nel corso della sua carriera, oltre che della Sicurezza, è stato anche ministro del Territorio e delle Risorse, paga per questo ma forse anche per il forte appoggio dato, in passato, a Bo Xilai, acerrimo nemico del presidente Jinping. 

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